Luciano Corradini

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Bilancio di vita

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Bilancio di vita, in un’intervista di Renato Anoè, direttore di Nuovo Gulliver (20 4 2010)

Partiamo dalla sua  biografia professionale;  la  sua ricca esperienza di studioso e di educatore ha  come  filo conduttore la  costante  ricerca di  tessere i fili che legano scuola,  famiglia, società; a che punto siamo?

Dal punto di vista biologico mi avvicino al tramonto, dal punto di vista familiare mi sento in cima alla montagna della realizzazione del sogno giovanile di una famiglia che ha sperimentato gli effetti della benedizione del salmo 128: “Tua moglie sarà nella tua casa come una fertile vigna e i tuoi figli, attorno alla mensa, come giovani piante d’ulivo.. .e vedrai i figli dei tuoi figli. Sia pace su Israele!”

Mi sono accorto che questo sogno si era realizzato guardando indietro nel tempo, attraverso gli appunti che avevo scritto, in forma di diario, dal 1961, quando è nata la mia prima figlia, al 1991, quando i figli si erano sposati e avevano cominciato a venire al mondo i nostri nipoti. Laura compiva 30 anni e noi due ex compagni d’Università ci siamo trasferiti da Milano a Roma, rispondendo alla “chiamata” di Sergio Mattarella, per la vicepresidenza del CNPI e alla chiamata della facoltà di Magistero, per succedere a Mauro Laeng nella cattedra di pedagogia. I diversi percorsi familiari, scolastici, universitari e associativi si sono intrecciati, per fortuna senza produrre strappi e grovigli.
Ho ritenuto utile, almeno per i figli, i nipoti, gli amici, pubblicare questo diario, sotto il titolo A noi è andata bene. Famiglia, scuola, università e società in un diario trentennale, Città Aperta, Troina 2008.

Ora sono in pensione, ma non mi sento estraneo al mondo in cui ho lavorato, e cioè né alla scuola né all’università, né alla vita associativa. Il 12 gennaio ho ricevuto, nel corso di una simpatica cerimonia in aula magna, il titolo di professore emerito di pedagogia generale nell’Università di Roma Tre.
In quella occasione ho concentrato, nel discorsetto di accettazione, l’elogio all’Università, alla Facoltà di scienze della formazione, alla pedagogia, all’educazione e all’associazionismo. Partecipare a tutti questi mondi come emerito, ossia come nonno che non ha responsabilità di diretta gestione, ma che segue come può le vicende di oggi e offre senza pretese le sue valutazioni, mi pare molto bello. Nello scorso mezzo secolo (a proposito: fra qualche mese faremo le nozze d’oro) mi sembra di non aver fatto niente di originale, ma di avere svolto il ruolo delle api, che portano qua e là il polline raccolto visitando i fiori.

Disegnato questo quadretto idillico, so bene che la realtà sociale e istituzionale di oggi è lontana dal “tessere i fili” che legano, o dovrebbero legare, famiglia, scuola e società.  Sicché molti ragazzi cadono nel vuoto che c’è nel mezzo, nei buchi che ci sono nella tela, quando ciascuno va per conto proprio.
Io ho ancora nella testa il “pentagono educativo” di Carlo Perucci, i cui vertici erano formati da famiglia, scuola, chiesa, associazione, mass media. La geometria attuale è più complessa, fa pensare alle geometrie non euclidee o alla geometria di Aldo Moro, che parlava di convergenze parallele.

Se pensiamo, per comodità di rappresentazione, che i cinque soggetti giochino a passarsi la palla, è comprensibile che le chiusure e le distorsioni che si manifestano nella società contemporanea rendano più difficile, talora impossibile il gioco. Credo però che non si debba rassegnarsi a lasciar cadere la palla e a rinunciare a inviarla per parte nostra, magari facendo entrare nel gioco un altro soggetto o utilizzando uno schema di gioco diverso da quello cui siamo abituati. A volte chi guida il gioco è un ente volontario, che mobilita famiglie, scuole, enti locali, chiese e perfino i mass media, non solo interagendo ma anche costruendo pregevoli prodotti. Non è un’ipotesi fantascientifica, perché l’ho vista realizzata a Rosà, cittadina in provincia di Vicenza. E a Brescia c’è un’ONLUS, “Bimbo chiama bimbo”, che aggrega e serve centinaia di persone, costruendo anche ponti fra i enti, associazioni, istituzioni. 

“Partecipazione”  è una parola che sembra uscita dal vocabolario della scuola……. come possiamo rivitalizzarla? Secondo lei,  è’ una questione di forma o di sostanza?

Forse è questione sia di forma sia di sostanza. Se è uscita dal vocabolario della scuola, o meglio se non vi occupa più la posizione centrale che vi occupava negli anni ’70 e ’80, la parola partecipazione non è uscita né dalle leggi né dalla Costituzione. Secondo la nostra “Carta” (di cui alcuni parlamentari interpellati dalle “Iene” hanno dimostrato di non conoscere nemmeno il quarto articolo), l’”effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese” è uno dei fini fondamentali di tutto l’ordinamento repubblicano.  (art. 3) La scuola non fa il suo mestiere se non educa alla partecipazione, non solo studiandola, ma rendendone possibile e facilitandone in qualche modo l’esperienza. Oggi si parla di cittadinanza attiva.

Di “organi collegiali” si parla poco…


Certo, anche di sperimentazione si parla poco o per nulla: e c’è un motivo. Il 1968 è stato, per l’edificio dell’istruzione (chiedo scusa per l’immagine funesta), una sorta di terremoto, che ha scosso profondamente le sue strutture. Con la partecipazione, e in particolare col rafforzamento degli organi collegiali, si è cercato di rendere più ampia la base di sostegno dell’edificio, permettendo lo scarico alla base delle tensioni energetiche accumulate sul piano educativo e sociale; con la sperimentazione e con gli IRRSAE si cercò di rendere l’edificio più flessibile, per rispondere alle sollecitazioni di tipo ordinamentale, senza dover affrontare il rischio di una riforma, su cui non ci si metteva d’accordo.

Venuto meno il terremoto di carattere sociale prodotto dal “movimento”, le strutture ipotizzate hanno consentito la sopravvivenza dell’istituzione, ma non la sua trasformazione. Ad un certo punto si è sentito il bisogno di rinforzare ulteriormente le funzioni di scarico delle responsabilità verso il basso e di flessibilizzare la struttura, col titolo V della seconda parte della Costituzione (2001), che attribuisce nuovi compiti alle scuole, rendendole autonome, e alle Regioni, attraverso l’attribuzione di funzioni “concorrenti” con quelle dello Stato.

Si tratta di “manovre” attuate attraverso piccole parole inserite nella Costituzione e nelle leggi, che non garantiscono di per sé un miglior funzionamento, sia perché convivono, in questo lungo periodo di transizione, logiche appartenenti a diverse “stagioni” della cultura e della politica scolastica (penso al famoso federalismo, che viene attuandosi fra incertezze, ritardi, accelerazioni e annunci), sia perché il Ministero non dà l’impressione d’avere sotto controllo la situazione, né attraverso gli strumenti finanziari, quelli che in passato hanno consentito di rimpinguare gli organici, né attraverso un vero monitoraggio delle innovazioni che introduce e di quelle…che non ha la forza di introdurre.

C’è insomma crisi di finalità, di obiettivi e di strumenti, mentre la base della scuola è percorsa da sensi d’insicurezza e di vuoto. Naturalmente bisogna riconoscere che ci sono anche situazioni splendide, sia fra i dirigenti, sia fra i docenti, sia fra gli studenti e i genitori. Ho per esempio sul tavolo due libri che entrano nel merito delle questioni educative che affaticano la scuola, dalla parte dei genitori. Il primo è di Giuseppe Richiedei, Genitori in associazione: una risorsa per il paese, AGe, Brescia, 2006, il secondo è di Daniele Novara, Dalla parte dei genitori. Strumenti per vivere bene il proprio ruolo educativo, Angeli, Milano, 2009. Si tratta di amici che non si danno per vinti.

Ricordo che mio figlio mi chiedeva nel ’75: “Papi sei anche tu un decreto delegato?”. Che cosa  dovrei dire ora,  che la partecipazione è morta e che noi abbiamo perso tempo inutilmente? Penso di no. Se viene l’enfisema, la soluzione non sta nello smettere di respirare. Bisogna trovare aiuti e strategie diverse. Ora noto che i miei figli vanno a scuola come genitori “partecipi” e poi magari comunicano col telefono e coi messagini, perché la partecipazione non s’identifica sempre con gli organi collegiali e con le “sedute”.
Ho appena letto una letterina di Lucilla Guarneri al suo papà Davide, presidente nazionale dell’AGe, spesso in giro per il mondo, in cui si dice: “Voglio precisare, se così si può dire, che sono orgogliosa del mio papà… ora non esagero troppo con i complimenti, altrimenti “si gasa”, comunque quello che ho scritto è vero”. 

Dunque i piccoli capiscono che il tempo dedicato alla partecipazione non è sprecato e non “ruba” i genitori alla famiglia. Forse lo capiscono anche i figli dei professori che dedicano qualche ora in più alla scuola, anche senza soldi in più e senza gratificazioni particolari. Chi semina, soffre meno se anticipa, con l’immaginazione, la gioia di un possibile raccolto, in una futura stagione oggi non prevedibile.

“Cittadinanza e Costituzione” è un progetto culturale al quale lei ha contribuito in modo determinante, meritandosi per questo,  oltre a consensi  autorevoli, come quello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,  anche aspre critiche: mi riferisco, ovviamente al noto articolo di Galli della Loggia sul “Corriere della sera”. Le dispiace se ne parliamo?

No, non me ne dispiace. Mi dispiace piuttosto che abbia scritto quello che ha scritto a proposito del Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” firmato dal Ministro il 4 marzo 2009, e soprattutto quello che ha scritto a proposito dell’educazione e  della Costituzione nella scuola. Non oso dire che non ha capito il documento, ma mi sembra chiaro che lo ha letto in modo parziale e distorcente. Ha fatto un’incursione a gamba tesa in un campo di cui non conosce le regole e ha criminalizzato l’educazione, riducendola a chiacchiera buonista, e l’insegnamento della Costituzione, riducendolo a religione di stato, “catechismo” in cui si presenta un modello di cittadino democratico perfetto, “agghiacciante”. Gli sono sfuggiti i rapporti dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa, oltre alle molte cose buone che si fanno nella scuola. E se molte cose vanno male, non è per colpa di queste idee, ma nonostante queste idee e molte illuminate volontà.
Mi aspettavo che il dibattito su quell’oggetto ancora un po’ nebuloso che è stato introdotto dalla legge 169/2008 con il nome di “Cittadinanza e Costituzione” si concentrasse sul piano della sperimentazione “in vista della modifica dell’ordinamento”, come prevede l’art. 11 del dpr 275/1999 esplicitamente citato.
E invece Galli della Loggia e altri hanno sparato a zero contro la scuola educativa, riportando la questione nell’alto mare dove continuano a combattersi in astratto i partigiani dell’educazione e quelli dell’istruzione.
Nel libro Cittadinanza e Costituzione. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale. Una guida teorico-pratica per docenti, Tecnodid, Napoli 2009 si fa l’ipotesi argomentata dell’et et e non dell’aut aut fra disciplinarità e trasversalità dell’educazione alla cittadinanza e dell’insegnamento della Costituzione, per usare le espressioni del presidente Napolitano. La disciplina C&C, con orario minimo e voto distinto dalla storia, viene intesa come catalizzatore delle valenze educative che si trovano, anche se spesso ignorate, nelle altre discipline. Si tratterebbe di sperimentarlo non solo col fai da te, nonostante la riduzione delle ore, che spero sia transitoria.

C’è una difficoltà a decifrare, sotto  tanti piccoli interventi, il “design” della scuola per il prossimo decennio ; cosa ci dobbiamo aspettare?

Dò una risposta molto approssimativa. Non c’è ministro o provvedimento normativo che possa salvare la scuola dal tarlo di una cultura dell’indifferenza, dello sfascio, dell’utilitarismo e di una supervalutazione del ruolo dei mass media e dei personal media; ma altrettanto non c’è ministro o provvedimento che possa impedire alla scuola l’esercizio di una funzione educativa essenziale e la creatività necessaria per valorizzare gli spazi disponibili. Anche nel peggio dobbiamo cercare il meglio: combattere le scelte sbagliate con un supplemento di coraggio e di lucidità..

Sembra che prevalga un modello funzional – utilitaristico

Certo, e non da oggi. Questo modello si sposa ambiguamente con la logica del tirare a campare. Le luci dell’idealità, del sentimento, del dialogo educativo sono oscurate spesso da scelte utilitarie o dal fai da te di tipo bulimico che caratterizza le “politiche”di molte famiglie. Ci sono figli e scolari abbandonati e altri che frequentano palestre e corsi di qualunque tipo: si ingozzano di integratori extrascolastici, mentre si ridimensionano il tempo e l’appeal della scuola. Ricordo che negli anni ’80 mi chiamarono in Svezia a parlare della scuola a tempo pieno, che parve loro un modello di grande interesse. Il ridimensionamento di queste aspettative sulla scuola istituzione è in qualche modo inevitabile, ma non lo è la scomparsa delle speranze e delle libertà di una scuola comunitaria che dia spazio al dialogo educativo.

Molte novità che sembrano importanti e prioritarie, dopo qualche mese, scompaiono; l’insegnante invece deve avere una bussola che punta  lontano; può indicarci “una rotta”, con qualche porto intermedio?

Sarò monotono, ma io la bussola e la rotta le trovo proprio nella Costituzione. Lì c’è la legittimazione della Repubblica, con l’indicazione delle condizioni che la rendono possibile. Lì è scritto un tragitto essenziale per la scuola autonoma, per gli insegnanti, per gli studenti, per i genitori, per gli altri operatori sociali pubblici e privati. Mi pare che sia il filo d’Arianna che ci consente di uscire dal labirinto scolastico e sociopolitico in cui ci siamo cacciati. Ma bisognerebbe lavoraci bene intorno a questa idea generale, per metterla in grado di “funzionare”.

In molte scuole si fanno cose egregie sulle tematiche di C&C . Il concorso gestito dall’ANSAS di Firenze per conto del MIUR ha messo in luce una grande quantità di esperienze, che sono in corso. Tutta la scuola è chiamata dalla legge ad un’opera di sensibilizzazione e di formazione.  Uno strumento importante in proposito è fornito dall’ANSAS, che proprio in questi giorni ha aperto il sito  http://www.indire.it/cittadinanzaecostituzione

 

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