Luciano Corradini

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Professione Pedagogista

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Intervista a cura del prof. Giuseppe Rulli, direttore di Professione Pedagogista, rivista dell’ANPE, n.33, 2009, pp.57-63 (6.10.09)

I temi affrontati:

Per la ricerca pedagogica e per l’esercizio della professione di pedagogista, l’educazione alla cittadinanza e la convivenza civile costituiscono la problematica più complessa e urgente da affrontare. Complessa perché i due concetti agiti nei livelli nazionale ed europeo devono essere da una parte coniugati nei diritti-doveri del cittadino, dei servizi, dei soggetti istituzionali preposti alle tutele  e, dall’altra, collegati alle politiche sociali, all’immigrazione, al dialogo interculturale. Urgente perché la cittadinanza e  la convivenza civile sono considerate nel quadro delle emergenze riferite al mondo giovanile e delle risposte che la scienza pedagogica è chiamata ad elaborare in termini di programmi e di azioni formative.

Si tratta di temi vastissimi che investono non solo il campo della ricerca pedagogica, ma tanti altri discipline  sia scientifiche che umanistiche. Sviluppare tali temi, anche in sintesi, richiederebbe un lavoro notevole impossibile da realizzare con la rivista. Nel presente dossier tenteremo di capire attorno a quale di idea di cittadino futuro oggi le istituzioni promuovono azioni formative per l’esercizio del diritto della cittadinanza attiva e quali programmi si stanno realizzando.

Non potevamo non incontrare in questo viaggio uno dei maggiori pedagogisti italiani esperti di educazione alla cittadinanza: il prof. Luciano Corradini. Studioso noto a tutti che ha sviluppato ricerche in questo settore come ordinario di pedagogia generale nelle Università di Milano e di Roma Tre. Ma è anche noto per le sue attività svolte per parecchi anni, come presidente dell’IRRSAE Lombardia, come vicepresidente del Consiglio Nazionale della P.I. e sottosegretario alla PI nel Governo Dini, col ministro Lombardi. 

D. Professore buongiorno. Le interviste realizzate da Maria Angela Grassi hanno permesso di costruire una mappa dei maggiori progetti di educazione alla cittadinanza e alla convivenza civile  ispirati da diversi approcci teorici. In base ai Suoi studi e alle Sue esperienze, come  giudica il livello di cittadinanza agita nel nostro Paese?

R Non sono originale a dire che complessivamente è piuttosto basso. Una ricerca psicografia ripetuta più volte ne giro di un trentennio condotta da Gabriele Calvi, diceva un decennio fa che esiste un sorta di basso continuo nel Paese: lo riconduce ad una sorta di sottosviluppo civile e civico. Siamo uomini dell’orto, dice in sostanza, non della frontiera. Talora si professa sfacciatamente il me ne frego e il fatti i fatti tuoi, talora compaiono vistosi discostamenti fra quello che si pensa, quello che si dice e quello che si fa. Io concludo che l’Italia non è fatta da cattivi, che sono gli altri, e da buoni che siamo noi, fintanto che ci danno ragione, ma da persone umane fra le quali la ragione e il torto…con quel che segue nel testo manzoniano. E il diciannovenne Manzoni scriveva: sentire e meditar..di poco esser contento..non far tregua coi vili, né dir mai verbo che paluda al vizio o la virtù derida. Quando scrisse queste cose che ho citate a memoria, in morte di Carlo Imbonati, non era “fatto”, né ubriaco, e non stava guidando un suf. Ma neanche allora erano tutti come lui. Comunque non è sempre vero che a pensar male si fa peccato ma ci si prende. Spesso non ci si prende affatto, perché s’imprimono nella mente più gli episodi “cattivi” che quelli “buoni”. E il pregiudizio complica inutilmente le cose.

D. A Suo parere si possono individuare anche responsabilità dei pedagogisti che operano ai vari livelli, da quello accademico a quello territoriale alla base delle carenze da Lei evidenziate?

R. Rispondo citando il Preambolo alla Dichiarazione universale dei diritti umani, che mi sembra il più stringente, realistico e insieme generoso appello al dovere di educare, come condizione dell’essere: il diritto all’educazione viene citato solo all’art. 26. La Dichiarazione, vi si dice, è proclamata “come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto, tanto fra i popoli degli stati membri, quanto fra quelli dei territori sotto posti alla loro giurisdizione”.

Si tratta di parole limpide e “pesanti” da meditare e da portare: ma paradossalmente è a loro che affidiamo il compito di alleggerire il peso terribile che l’umanità sta portando sulle spalle, a causa di culture, atteggiamenti e comportamenti “dis-umani”, di cui si fatica a liberarsi. Chi si occupa di educazione tocca il nervo più sensibile della nostra riverita specie. E sperimenterà prima o poi di trovarsi “l’uomo come nemico”, come diceva un conservatore francese dell’Ottocento.

D. La quotidianità offre molti spunti ai pedagogisti per riflettere e agire. Crisi, rotture, disordini, contrapposizioni, individualismo estremo, deresponsabilizzazione, conflitti istituzionali, illegalità, negazione di diritti, razzismo, clandestinità, sballo, questione meridionale (da anni mai risolta), questione del nord,  disegnano scenari sempre nuovi il cui oggetto primario di dibattito, a me, pare essere più la diversità degli individui che il “bene” comune. Professore, che succede, sta nascendo una nuova realtà sociale?

R. Ci sono state altre epoche storiche in cui tutto era crollato e sembrava che si fosse alla fine. Basta pensare al periodo della guerra greco-gotica. Umberto Galimberti parla per il nostro tempo di una sorta di mutazione culturale profonda, che sarebbe caratterizzata dalla comparsa del nichilismo, già profetizzata da Nietzsche. L’ospite inquietante è per lui, e in qualche modo mi sento di dargli ragione, il nichilismo. Per risalire la corrente propone di ricuperare una parte sana che ci sarebbe dentro di noi: un dàimon, alla greca, che potrebbe di nuovo riportarci all’eudaimonìa, ossia alla felicità. Ciascuno usa per ricostruire e riprendere a sperare i mattoni che si trova intorno. Io penso che i sommi greci ci hanno indicato la strada del divino e che i circa due millenni successivi hanno utilizzato i materiali della metafisica, della logica e della psicologia classica per una nuova costruzione teologica, che non mi sento di liquidare con ragionamenti di tipo positivistico alla Comte, magari riducendo il tutto ad una stagione mitico-religiosa ormai uccisa dall’apparato scientifico tecnologico. Questo apparato lavora alla ateizzazione del mondo. Se Dio non risolve i nostri problemi, molti pensano con qualche buon motivo, vuol dire che non c’è. Il fatto è che senza di lui, non c’è dàimon che tenga.

Nel nostro mondo ci sono formidabili strumenti ed eventi di distruzione, ma anche di costruzione e di ripresa. Ci si offende di continuo, ma ci sono anche molti che continuano nonostante tutto a sorridere: e si vede che si possono rimarginare certe ferite. Chi si occupa di educazione pensa come Socrate a far la levatrice di quello che sta per nascere, non il becchino di quello che è morto. Ma so che questa potrebbe essere solo una frase ad effetto. Ci sono molti che “muoiono” da piccoli, perché non trovano una levatrice o un educatore capace di mettersi al loro fianco e di aiutarli a “sortirne insieme”, come diceva don Milani.

 D. Nuovo senso di appartenenza, sicurezza, ricerca di eccellenza, lavoro, competenza, limite della conoscenza, qualità umane, creatività, tecnologie e nuove forme di comunicazione e di informazione, risparmio, integrazione di culture, nuovi concetti di libertà, democrazia, uguaglianza e giustizia,” potrebbero essere identificati come esigenze identitarie della società. Lei concorda? È possibile fare un identikit  del cittadino che dovrà “vivere” la collettività futura? Di quali valori e stili di vita dovrà essere portatore?

R. La saggezza che da millenni si manifesta in tutte le culture non è come una cava di pietre che, quando è esaurita, diventa solo una voragine inutilizzabile. Il materiale di costruzione lo trovo ancora nel pensiero e nell’esperienza ebraica greca romana cristiana illuministica liberale socialista ecumenica e interculturale, che ci consente di ricuperare visioni ed esperienze di tipo orientale. Sto con Paolo VI, che diceva questo mondo “meraviglioso e terribile”. Bisognoso comunque di un senso che ci sfugge, di un compimento finale, senza il quale il mondo sarebbe, come si legge in Shakespeare, una storiella raccontata da un imbecille.

 D.   In questo senso, cosa significa e come si può formare oggi il cittadino di domani secondo i principi della Costituzione italiana e gli orientamenti della Comunità Europea?

R. Della Costituzione italiana sono innamorato. La Costituzione europea, non ancora pienamente operativa e sempre a rischio di riduzionismi, rappresenta una dilatazione a scala continentale dei nostri principi costituzionali e dei diritti umani. Guardando il mondo da un altro pianeta si possono scoprire massacri e disastri. Quelle “carte” sono la carta d’identità della nostra umanità più profonda, anche se in gran parte finora irrealizzata.

D. Non possiamo affermare che esiste già una identità europea, ma possiamo dire ch’ è un’esigenza  sentita?

R. Certo è un’esigenza sentita, ma troppo pallidamente. Si potrebbe dire che c’è un consenso permissivo nei riguardi della costruzione politica dell’Europa, non una volontà traente. Ho cominciato da giovane insegnante a frequentare ambienti europei e vedo ancora l’Europa come un sogno che prima o poi dovrà avverarsi, ma che forse si è già in parte avverato. La Cattedrale, il Parlamento di Strasburgo, con l’Inno alla gioia, mi toccano ancora profondamente, come l’estate scorsa, quando ho partecipato al convegno del SIESC FEEC sulla cittadinanza europea. Quando sono stato in quei luoghi nel 1994 con i 300 ragazzi del Progetto Giovani del Ministero, ho raccolto testimonianze scritte lucide e commoventi, da parte di ragazzi che avevano un’intelaiatura interiore di tipo storico, giuridico, affettivo. Chiesero, al Palais de l’Europe, che in luglio di ogni anno rappresentanti degli studenti delle medie superiori s’incontrassero a la Maison de la Jeunesse, per confrontare strumenti, metodi e idee dei diversi statuti degli studenti. Il tema che proponemmo era “Cittadini 2000”. Cambiò il Ministro e tutto si fermò.

Ma chi non ha questa intelaiatura, chi incontra gente da “no euro”, chi “si fa i fatti propri”, pensa magari a rinforzare l’area degli euroscettici o le reti europee delle mafie, piuttosto che a valorizzare questa patria comune, ricca di potenzialità ancora poco capite e poco sfruttate. Intanto il voto irlandese ci riapre la speranza.

D. Pedagogicamente esiste un momento  della vita dell’individuo in cui si forma l’identità?

R. Ho passato decenni a ragionare con Carlo Perucci sugli stadi pedagogici e con Aldo Agazzi sul “giusto momento”. Ora mi sembra che quelle prospettive non abbiano del tutto perduto il senso con cui sono state volonterosamente elaborate, talora sulla base empirica delle ricerche di Piaget e di Wallon, ma che sia difficile trovarvi oggi riferimenti empirici. Le età sono state sconvolte. Ricordo la luminosa espressione di San Tommaso, per il quale ad un certo punto il fanciullo “incipit esse suus”. I riti di riconoscimento di questo inizio o sono scomparsi o sono cambiati, in modo tale che si fatica a riconoscerli. Con i miei tre figli e poi con i 10 nipoti ho sperimentato la diversità dei tempi di cosiddetta maturazione. Ma mi sono convinto che con la scusa del rispetto non si può rinunciare a capire, a proporre, a correggere, ad attendere e valorizzare una parola amica, per conquistarsi dei “crediti” di credibilità. Sulla base di questi si può essere in un certo senso ospitati nella mente dei nostri piccoli, talora permalosi e chiusi nei loro mondi, per aiutarli a scoprire questa famosa loro identità, che non si costruisce solo con i compagni di scuola, di giochi o con le valanghe elettroniche che invadono le loro menti.

Si sta male ad essere “scaricati” dai ragazzi, ma a volte non siamo capaci noi di metterci sulla loro lunghezza d’onda. Quando il contatto è ripreso, si può, anzi si deve essere seri e severi. Pinocchio ha ancora molto da insegnare.

D. Gli adulti tendono a mantenere lo “status quo”, mentre i giovani spingono al cambiamento. Quanto le manifestazioni giovanili sono veramente un loro disagio  e quanto un loro bisogno che non trova soddisfacimento?  

R. Mutamento e cambiamento sono parole centrali e un po’ mitizzate della sociologia e della psicologia. Ma non è detto che i giovani siano aperti al cambiamento: spesso si accontentano di oggetti di consumo e non guardano al domani, forse perché pensano ad un presente indefinito o perché hanno paura di perdere quel poco o molto che hanno. Di fatto il mondo illude e non aiuta a sperare e a prevedere e prevenire. Ci sono in internet e in TV luoghi sollecitanti e inquietanti, che potrebbero utilmente risvegliare molte energie e disponibilità al cambiamento di stili di vita, di frequentazioni, di letture, di riconsiderazione delle spese. Se non si trova un centro di aggregazione, un leader positivo, si rischia di mettersi in fila dietro cantanti, stilisti, facitori di opinioni di corto respiro e di dedicare magari la volontà di cambiamento nello sporcare i muri senza neanche lasciarvi un messaggio che faccia pensare. E gli stupri sono il senso di questi bisogni deviati, frutto di personalità non cresciute e di adulti non esemplari.

D. Quali sono i bisogni formativi dei giovani?

R. I giovani, tutti, hanno bisogno di incontrare adulti credibili e compagni leali. Cioè hanno bisogno di educazione, ma spesso non sanno distinguere fra Lucignoli e Grilli parlanti.

D. Il processo riformatore delle amministrazioni pubbliche continua a mettere al centro dei servizi il cittadino, ma non sempre nei comportamenti quotidiani si riscontra l’applicazione tale principio. C’è il rischio, secondo Lei, che questo possa  avviare un processo che ci accompagnerà  ad un nuovo concetto di cittadinanza agita? E quale potrebbe essere tale concetto?

R. La risposta è la cittadinanza attiva, di chi sa interessarsi, informarsi, partecipare. Facile a dirsi. “Cittadinanza e Costituzione” può essere un’occasione importante per qualche apertura di mente e di cuore in questa direzione.

D. Possiamo indicare qual è la più importante finalità formativa/educativa della futura società che permetta ai cittadini di  agire i diritti di cittadinanza?

R. Collegare cervello, cuore e fegato. Senza perdere di vista stomaco e apparato genitale. Sono gli organi bersaglio delle cosiddette “educazioni”, che sono state utili, secondo me anche indispensabili, ma che non possono sopravvivere come semidiscipline senza dignità curricolare. Con Cittadinanza e Costituzione si è sperato di uscire da questa condizione. La Costituzione è anche un testo robusto, chiaro, condiviso ai massimi livelli, dopo una guerra terribile: una miniera o una grotta inesplorata e inutilizzata.

D. Pensa che i pedagogisti, nella loro qualità di professionisti dell'educazione e della formazione, possano contribuire efficacemente per sostenere l’avviato il processo di cambiamento sociale, anche nel caso in cui operino in regime libero-professionale o costituendo società di pedagogia, in analogia a quanto avviene in altri ambiti professionali?

R. Sicuramente sì.

D. Professore, per concludere, Le pongo altre due  domande, di ordine generale. Come definirebbe il rapporto tra pedagogia e politica?

R. In sé le due discipline sul piano teorico sono strettamente connesse. Oltre ad un’esigenza giustificativa, la pedagogia si caratterizza anche per un’esigenza esecutiva. Ciò non significa che tutti i pedagogisti siano versati in utroque. Certo suscita qualche stupore il fatto che per alcuni elzeviristi tutti i mali della scuola vengano dai pedagogisti e dai sindacalisti. Basta aggiungerci i comunisti e il gioco è fatto. Mentre per altri domini della politica i tecnici sono utilizzati e riveriti, salvo i casi isolati della “malasanità”, e comunque non si pensa di colpevolizzarli per i guai che non riescono ancora ad eliminare, per le questioni educative s’interpellano assai poco i pedagogisti, ritenendoli spesso responsabili della “malaeducazione” diffusa. Un po’ di serenità di giudizio non guasterebbe.

D. Mai come negli ultimi tempi “l’educazione” compare con maggiore frequenza nei discorsi politici, nei dibattiti televisivi, nelle colonne dei giornali, mentre pedagogisti ed esperti di scienze dell’educazione vengono interrogati a proposito di eventi che accadono nella nostra realtà quotidiana. Si tratta, a mio avviso,  di una esaltazione  posta nella direzione della tutela del “diritto all’educazione”  percepito come minacciato dalle nuove sfide. Ciò lo dimostra il fatto che in una comunità dove lo “stato di diritto” è sano  l’educazione è sempre lontana dalle cronache quotidiane. Professore Lei che ha esercitato anche funzioni di governo, pensa che tutto questo possa essere interpretato come fallimento delle politiche educative?

R. Sinceramente sì. Non si sa veramente con chi prendersela, ma è un fatto che il governo ministeriale di una massa sterminata di materie da gestire, da monitorare, da decidere e da accompagnare con coerenti atti amministrativi, quando i governi sono costruiti con criteri politico-partitici, che ogni tanto cambiano ricominciando da zero o quasi, non aiuta l’autorevolezza, la continuità, la coerenza di cui c’è bisogno. Per fare solo un esempio. Basta un articolo di giornale di un ministro autorevole che mai si è occupato seriamente di scuola per mandare all’aria anni di ricerca docimologica. Non difendo tutti i cultori della pedagogia, della filosofia, delle lettere e della storia. Fosse solo per loro, l’Europa non si sarebbe mai fatta. Dico però che per materie tanto complesse, che hanno incidenze non facilmente controllabili “a valle” delle decisioni, ci vorrebbe una continuità di intenti sul piano politico, amministrativo, gestionale. Molte cose buone si fanno lo stesso, ma il senso del “sistema formativo allargato”, come si continua a dire, si va perdendo in un mare di sfiducia. Contro questa bisogna combattere, a costo di dosi notevoli di pazienza e di capacità di utilizzare i propri poteri, pochi o molti che siano, nella direzione della testimonianza civile, civica, politica, educativa.

D.  A suo parere cosa si sarebbe dovuto fare?

R. Guardi, mi limito a citare due libri, uno che consente di guardare indietro, uno che cerca di guardare avanti. Il primo è intitolato: A noi è andata bene. Famiglia scuola università società in un diario trentennale, Città Aperta Troina (EN) 2008. E’ un diario, che va dal 1961, quando la mia prima figlia aveva tre mesi, a quando ha compiuto 30 anni. In mezzo si cono tutte le altre cose di una vita educativa, sociale e politica vissuta con la famiglia, fino allo sbarco a Roma, per il CNPI.

Il secondo è intitolato Cittadinanza e Costituzione. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale, Tecnodid, Napoli 2009. C’è dentro tutto quello che da una quarantina d’anni cerco di promuovere, con la prospettiva non tanto di documentare, quanto di capire le possibilità che ci sono oggi, nel contesto normativo complesso e un po’ confuso che caratterizza questi anni. Vi collaborano 27 colleghi, tra cui molti membri di un paio di commissioni ministeriali, che mettono anche a fuoco le “valenze educative in direzione di cittadinanza” che spesso dormono nelle diverse discipline. La disciplinarizzazione di C&C secondo noi non è un sovraccarico, ma una semplificazione: è l’offerta organica di un mappa, che può svolgere il ruolo di catalizzatore delle valenze citate e liberare la scuola dalla estemporaneità di certe “educazioni”, buone in sé, ma da non affidarsi alla sola circolare transeunte del ministro di turno. Non aut aut, ma et et.

Grazie, professore

Ultimo aggiornamento Mercoledì 29 Settembre 2010 17:10  

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