Luciano Corradini

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Educazione e testimonianza da un punto di vista cristiano

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Educazione e testimonianza

da un punto di vista cristiano

di Luciano Corradini

in Studium, 4.2010 , pp.591-606

 

Introduzione: significati e condizioni del testimoniare

" L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, - dicevamo lo scorso anno ad un gruppo di laici – o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni ". Così Paolo VI in un testo del 1975[1]

Testimone è chi fa fede di qualcosa, attestandola con la propria autorità o con  comportamenti coerenti con la verità che afferma.  L’insegnante, il maestro, dispone certamente di autorità sul piano istituzionale, ma non è per ciò stesso autorevole. Questa autorevolezza, sostiene il Papa bresciano, deriva dalla sua credibilità, cioè in gran parte dalla coerenza che manifesta fra la scienza o la dottrina che professa e  i suoi comportamenti concreti. Ciò vale in particolare per la fede cristiana, che riguarda eventi, rivelazioni e messaggi la cui plausibilità non deriva tanto da una dimostrazione, quanto da un racconto  di chi ha visto e udito (“Voi sarete miei testimoni”[2]), che si fa esperienza di vita soggettivamente vissuta e manifestata nei comportamenti.

In generale il comportamento conforme o difforme da quello che si sostiene e si professa costituisce un fattore importante per trasmettere conoscenze e convinzioni. Io posso fare una lezione sui danni del fumo, ma se poi, uscendo dall’aula, accendo una sigaretta, indebolisco notevolmente il messaggio che ho trasmesso, anche se questo è fondato su dati scientifici. Il modello di comportamento agito, soprattutto se chi lo adotta dispone di qualche credito presso gli ascoltatori, in particolare sui giovani, risulta più persuasivo di una verità astrattamente proclamata. Medice, cura te ipsum, dicevano a questo proposito i romani; e l’espressione popolare con cui si ironizzava nei riguardi di quei personaggi che smentivano con la prassi la loro dottrina  (“Fate come dico e non come faccio”) indica la diffusa riprovazione dell’incoerenza, anche se chi la confessa dispone di un pizzico di sincerità e di onestà.

Onesto, anche se malinconico e poco esemplare, è l’ovidiano Video meliora proboque, deteriora sequor. La testimonianza a cui siamo chiamati comprende non solo quello che pensiamo, ma anche quello che diciamo, quello che facciamo e più profondamente quello che siamo, come singoli e come Chiesa.

La prima testimonianza da dare, sul piano etico e sul piano educativo, è quella che deriva da uno sforzo di coerenza fra questi aspetti della vita personale ed ecclesiale. Ho detto sforzo, perché occorrono l’umiltà e il coraggio di riconoscere anche pubblicamente che le componenti di questi complessi organismi viventi che sono la nostra persona e la Chiesa, possono andare facilmente “fuori fase” e hanno bisogno d’essere continuamente “registrati”, come direbbe un meccanico della Ferrari.

Essendo la Chiesa ancor più complessa e misteriosa ( “Io sono la vite e voi siete i tralci” e “senza di me non potete far nulla”)[3], questa “registrazione” consiste in un incessante sforzo di armonizzazione tra ascolto, annuncio, sacramento e servizio di promozione umana: ossia tra conservazione e rinnovo di un antico tesoro dottrinale, tra fedeltà e riforma, tra dimensione giuridico-istituzionale e dimensione profetica, vissute con leale impegno di adesione personale, perché la verità professata sia anzitutto vivibile da chi la accoglie e la trasmette come persona convinta e credibile da coloro a cui ci si rivolge. La credibilità non è mai sufficiente a produrre la fede, ma indubbiamente ne favorisce lo sviluppo.

Questo impegno di coerenza, che è caratteristica di personalità equilibrate e mature, è ancora più stringente per chi, accettando il Vangelo, accetta i paradossali inviti e comandamenti di Gesù: “Siate perfetti come perfetto è il padre vostro che è nei Cieli”[4] e “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”[5]. Il vescovo Luciano Monari ha scritto nel suo stemma episcopale “evangelium non erubesco[6]. E’ un’affermazione coraggiosa, che lascia supporre anche il contrario, e cioè da un lato che ogni cristiano, a partire dal primo Papa, è esposto al tradimento di questo altissimo comandamento, che richiede di amare senza limiti; e dall’altro lato che professare il Vangelo in certi ambienti diventa imbarazzante. Insomma si può arrossire sia per paura della propria inadeguatezza, sia per l’indifferenza, ’ironia o l’ostilità di molti di fronte a questo messaggio. Non arrossire significa “metterci la faccia”. L’ha imparato, a sue spese, san Paolo nell’Areopago: “Ti ascolteremo un’altra volta”[7].

Ricordo anche che il card. Carlo Maria Martini ha adottato come suo motto una frase di San Gregorio Magno: “Propter veritatem, adversa diligere”. Cioè non nascondersi e non temere i conflitti, se questi sono frutto dell’amore per la verità. Il card. Agostino Bea, una delle menti più lucide del Concilio, diceva che l’amore della verità e l’amore delle persone non possono essere separati: il primo senza il secondo diventa intollerante e persecutorio; il secondo senza il primo diventa omertà.

Gesù non ha avuto prudenze diplomatiche nel presentarsi come Via, Verità e Vita, come figlio di Dio e  come maestro, un maestro che dà ai suoi malfermi discepoli una sorta di  libera docenza, autorizzandoli anzi ad “ammaestrare tutte le genti”, o meglio a “farsi dei discepoli” (matheteusete)[8], e dunque affidando il destino della Sua chiesa alla loro fedeltà, al loro discernimento, alla loro testimonianza, ma inevitabilmente anche alle loro paure e ai loro tradimenti, com’era già successo a Simon Pietro.

San Paolo non ha avuto paura a presentarsi come un “modello da imitare”, per far capire con argomenti ad hominem che il messaggio della perfezione e dell’amore non sono cose dell’altro mondo, ma si possono in qualche modo realizzare anche in questo, per quanto aspro sia il “duro linguaggio” del Vangelo. “Fate quello che avete imparato, ricevuto, udito e visto in me”[9] ha detto Paolo a i Filippesi. Qui pensiero, parola, sentimento, comportamento sono parti integranti di una vita che tutta si fa carico del mandato che Gesù ha conferito eccezionalmente a Saulo, sulla via di Damasco, e ai suoi discepoli in Gerusalemme, nel momento in cui ha parlato della sua morte e resurrezione e li ha incaricati di invitare tutti i popoli a cambiare vita e a ricevere il perdono dei peccati: “Voi sarete testimoni di tutto ciò, cominciando da Gerusalemme”[10]. Veniamo ai giorni nostri.

La testimonianza nel documento “Dopo Verona” e nella “Lettera ai cercatori di Dio”

Nel documento dei vescovi italiani dal titolo “Rigenerati per una speranza viva”[11], che riprende e sintetizza i risultati del Convegno ecclesiale di Verona del 2006, si legge: “La via della missione ecclesiale più adatta al tempo presente e più comprensibile per i nostri contemporanei prende la forma della testimonianza, personale e comunitaria: una testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito.”. E ancora: “Ogni cristiano deve poter dare ragione della propria speranza, narrando l’opera di Dio nella sua esistenza e nella storia dell’umanità”.[12]

Narrare l’opera di Dio nella propria esistenza è un’espressione tanto bella quanto problematica. Se le cifre di questo mondo e della nostra vita sono sempre più complesse e cangianti, tanto che non riusciamo veramente a conoscere neppure, nel profondo, chi siamo noi stessi, come possiamo narrare l’opera di Dio nella nostra vita e nella storia? Eppure ci dobbiamo almeno provare. Gesù ha detto che sarebbe stato con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo[13];  e che, se due o tre persone si fossero unite nel Suo nome, Lui sarebbe stato in mezzo a loro. Dunque c’è, anche se non lo vediamo.

C’è nel Vangelo un episodio delizioso, che ci rincuora in questa ricerca del presente-assente.

E’ quello dei discepoli di  Emmaus. Se ne andavano delusi e sconsolati, credendo d’essere abbandonati da Gesù, dopo la sua morte, mentre Egli si era unito a loro, non riconosciuto. Non si rivelò in modo sfavillante, come nella Trasfigurazione, ma pian piano, commentando la Scrittura, nei passi che lo riguardavano. E solo a tavola, allo spezzar del pane, si aprirono gli occhi degli anonimi discepoli e lo riconobbero. A questo punto Lui li lasciò e loro tornarono a Gerusalemme, dagli undici discepoli, nella prima minuscola Chiesa. Emozionati e rincuorati, ma lasciati fisicamente soli, i due discepoli, come tutti i cristiani dopo di loro, non vengono esauditi nella richiesta di una presenza visibile di Gesù: “Resta con noi, perché il sole ormai tramonta”[14].

Lo stile di Dio è quello di chi si rivela e soprattutto si nasconde, lasciandoci soli nella notte, a tentare di svegliare l’aurora con l’arpa e la cetra[15]. Scrittura, eucarestia, comunità ecclesiale sono anche per noi le condizioni ordinarie in cui Gesù si fa presente: poi ci lascia, affidandoci al Suo invisibile Spirito, motore e garante della nostra testimonianza: “perciò io manderò su di voi lo Spirito Santo che  Dio, mio Padre, ha promesso”.[16] Noi in effetti dobbiamo interpretare non solo la parola di Dio, ma anche i Suoi silenzi e la Sua lontananza.

Nel documento della CEI, Lettera ai cercatori di Dio, del 12 aprile 2009, firmata dal vescovo Bruno Forte, si sottolinea questo punto, con un invito coraggioso e imperioso: “Certo siamo costretti a trascrivere ‘parole’. Sappiamo però che dietro di esse ci sono persone e fatti: i tanti discepoli di Gesù, testimoni di santità, le tante donne e uomini che hanno dato speranza ad altri nella storia. Ci sono anche i nostri volti, che le parole interpretano e forse…abbelliscono. Ci sei anche tu che stai leggendo, sollecitato a rivisitare più intensamente la tua vita, per diventare un “volto” che si fa “parola”, proposta per tutti”.

Sulla base di ragionamenti di questo tipo, che si accordano con quel filone della ricerca sociologica e pedagogica degli ultimi decenni, che valorizza i diari e le autobiografie non solo sul piano auto terapeutico, ma anche sul piano sociale, ho ripreso di recente in mano le agende su cui avevo fatto annotazioni, a mo’ di diario, dal 1961 al 1991. Riconosco che è meno imbarazzante leggere e studiare post mortem i diari di qualche altro, come è capitato per esempio a me e ad alcuni colleghi in occasione di uno studio su Gesualdo Nosengo[17]. Eppure sembra che si possa tentare, senza timore di equivoci, anche il discorso in prima persona, come ha fatto Bruno Forte, chiamando a testimoniare anche “tu che stai leggendo”, perché il tuo volto si faccia parola. L’ho fatto pubblicando il diario in questione, dal titolo “A noi è andata bene. Famiglia, scuola, università, società in un diario trentennale”, che ha avuto l’onore di una bella presentazione del vescovo Luciano Monari. Guardando a quel trentennio, ho rintracciato una serie di fili rossi, che possono essere tutti ricondotti a forme di testimonianza di vita cristiana, per le intenzioni che vi sono espresse e per gli esiti che, finora, abbiamo vissuto.[18]

 

La testimonianza cristiana nella Lettera a Diogneto

Vorrei qui soffermarmi su quella che mi pare la più bella e profonda e per tanti aspetti “moderna” carta d'identità e di testimonianza dei cristiani a noi nota: è il testo scritto dall'ignoto Autore della Lettera a Diogneto, nel secondo secolo, e cioè in continuità col discorso dei Vangeli e delle Lettere di San Paolo, in ambiente pagano. E’ stata trovata per caso, a Costantinopoli, verso il 1436, fra la carta d’imballaggio che serviva per incartare il pesce.  Vi si trova un bellissimo profilo, insieme sociologico e spirituale dei cristiani delle origini: e ciò in virtù della  consapevolezza della grandezza del dono ricevuto da Dio, attraverso la Creazione, la Redenzione, la Rivelazione e la fede, e della dignità del loro essere convocati dal Logos ("il Lògos rinasce sempre nuovo nel cuore dei fedeli"), anche se perseguitati.

"Si conformano alle usanze locali nel vestire, nel cibo, nel modo di comportarsi; e tuttavia, nella loro maniera di vivere, manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale. Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure sopportano i pesi della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera. Si sposano e hanno figli, come tutti, ma non abbandonano i neonati. Mettono vicendevolmente a disposizione la mensa, ma non le donne. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma col loro modo di vivere vanno ben al di là delle leggi". [19]

Il discorso è di straordinaria attualità e insieme fornisce un lucido criterio per interpretare il rapporto fra fede e laicità, fra città di Dio e città terrena, su cui si continua ad indagare, soprattutto dopo il Concilio.

L'autore non ignora la discriminazione di cui sono fatti segno i cristiani:

"Gli ebrei li avversano come se fossero nemici, e i greci li perseguitano: ma quanti li detestano non saprebbero in realtà dire il motivo del loro odio".

E qui arriva un coraggioso, umile e insieme orgoglioso capovolgimento di prospettiva:

"In una parola, ciò che l'anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo….Abitano nel mondo, ma non sono del mondo". Non era certo un vissuto da emarginati, né da rivoltosi in cerca di dominio.  E il nostro progenitore nella fede aggiunge, come testimone diretto dell'esperienza che vive e della concezione che professa:

"Insultati, benediciamo, perseguitati, sopportiamo, calunniati, confortiamo". Si sente l’eco di Paolo, che aveva aggiunto: “siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino a oggi” [20]

Perché questo comportamento in apparenza rassegnato e perdente? La risposta è piena della dignità, dell'umiltà e del coraggio di chi professa con chiarezza valori alternativi a quelli dominanti:

"La felicità non consiste nel tiranneggiare il prossimo, nel prevaricare sui più deboli, nell'avere ricchezze, nel far violenza a chi è sottoposto. Non si può imitare Dio con azioni del genere. Imita Dio invece chi prende su di sé i pesi degli altri, chi nel campo in cui ha qualche superiorità vuol fare del bene ad altri meno fortunati, chi dà con liberalità a quelli che ne hanno bisogno quei beni che passano per le sue mani, ma che sono stati ricevuti da Dio"[21].

E qui arriva il botto finale del ragionamento: "Imitando la misericordia divina, si diventa un 'dio' agli occhi di chi è beneficato"[22] Giunge poi opportuna una citazione di San Paolo: "La scienza gonfia, mentre l'amore edifica"[23].Non è rifiuto della scienza, ma suo arricchimento, nella prospettiva del dono che viene dall'alto. Qui la pistis (fede), la gnosis (conoscenza), l'agàpe (amore) sono in rapporto di reciproca implicanza.  L'ultimo capitoletto presenta una ardita sintesi conclusiva: "Chi invece accompagna alla conoscenza il timore e cerca ardentemente la vita, pianta nella speranza e può ben attendersi dei frutti. La conoscenza sia il tuo stesso cuore e il Lògos di verità, accolto in te, divenga la tua vita"[24].

La testimonianza qui è qui la chiara presa di coscienza delle distinzioni e delle implicazioni che ci sono nel rapporto tra fede e vita secolare, e di quella che viene chiamata paràdoxos politèia, frutto della appartenenza alla cittadinanza terrena e alla cittadinanza celeste.

 

Luigi Accattoli, Paolo e Laura Giuntella e il “fiore rosso della testimonianza”

Dovendo esplorare questo tema della testimonianza, mi sono messo a navigare nel blog di Luigi Accattoli, il valoroso vaticanista del Correre della Sera, che ha dedicato una vita a cercare testimoni del Vangelo, a cui ha dedicato vari libri. Rinvio dunque a questo blog, che fra l’altro ha una rubrica dal titolo di un suo volume, dal titolo: Cerco fatti di Vangelo[25]. Mi è rimasto particolarmente impresso il suo ricordo di Paolo Giuntella, suo carissimo amico, creativo e polivalente giornalista quirinalista, mio compagno in una commissione ministeriale che si occupava di educazione alla cultura costituzionale.

Accattoli cita in apertura il suo ultimo “messaggino” agli amici: “La vita è più bella della prudenza. E anche Dio, con l’incarnazione del suo Lògos una certa imprudenza l’ha commessa. Il Natale è la nostra imprudente speranza di vincere la scommessa della vita”.

Parlando al suo funerale, che è stato un paradossale miracolo di lutto e di festa, la moglie Laura, circondata da tre figli e da molti amici e testimoni, ha detto ad un certo punto:

 

“E se il padre conserva nel suo cuore il dono della fede, accolto e bene speso come si fa con un talento ricevuto, cosa avviene tra padre e figlio? E’ mistero, davvero mistero. E’ questo passaggio del tizzone ardente, del fuoco della fede, del fuoco interiore, è la strada, il cammino del Popolo di Dio, da Abramo ad oggi. Non è la potenza delle pietre del tempio, la forza delle istituzioni umane ad assicurare al popolo di Dio il suo avvenire, ma il passaggio di generazione in generazione, da persona a persona di questo tizzone, del “fiore rosso della testimonianza”, fino all’unità del genere umano, fino alla pienezza dei tempi”.

Questa unità mi ricorda la moltitudine immensa che nessuno riusciva a contare, secondo il capitolo 7 dell’Apocalisse. E il fiore rosso “quelli che vengono dalla grande persecuzione”, quelli che “hanno reso bianche le loro tuniche lavandole col sangue dell’Agnello”.

Non so quante siano le coppie di sposi che assumono consapevolmente, per impostare e condurre la loro vita coniugale, familiare, professionale e sociale, l’orizzonte di senso e la via presentate e raccontate nel Vangelo.[26] Anche a noi, intendo a me e a mia moglie, è capitato; e in diversi modi e tempi abbiamo cercato di “essere pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”, secondo la formula della lettera di Pietro[27]. Questa speranza non si accontenta di definizioni astratte, ma chiama in causa i vissuti delle persone: sia di quelle che intendono dare, sia di quelle  a cui viene data questa ragione. E’ sempre qualcuno che rende ragione a qualche altro: il che comporta quanto meno, da una parte, la disponibilità a cercare, ad esprimere, a comunicare; e dall’altra l’interesse a domandare o almeno la disponibilità all’ascolto, se non proprio al confronto e al dialogo amichevole.

 

Dare ragione della speranza, nel concreto dei vissuti

Per ragione si può intendere il motivo ultimo, la scelta fondamentale di vita, che ci induce ad assumere certi atteggiamenti; ma si può anche intendere il complesso dei motivi esistenziali che si snodano nella biografia di una persona, in un certo contesto. Non si tratta, in questo caso, di argomentare in generale, con toni apologetici o polemici, sui motivi per essere o per non essere cristiani e cattolici[28], ma di “con-fessare” a se stessi e agli altri, con impegno di verità, come e perché ci si è comportati in questo modo o in quell’altro, in questa o in quella circostanza, di fronte alle “prove” della vita. Tutto questo si può raccontare ad un certo punto, in termini di autobiografia, sulla base dei propri ricordi; o si può presentare utilizzando un diario, che ha il difetto d’essere discontinuo e non contemporaneo alla vita di chi narra e di chi legge o ascolta, ma ha il pregio  d’essere espressione di vita “in diretta”, così come la si è vissuta, selezionata e fissata sulla carta in quel determinato momento.

Secondo Giorgio e Gianna Campanini, che hanno redatto la voce Famiglia nel Dizionario di spiritualità delle Edizioni Paoline, la spiritualità familiare può essere definita come "la via lungo la quale l'uomo e la donna, uniti nel matrimonio-sacramento, crescono insieme nella fede, nella speranza, nella carità e testimoniano agli altri, ai figli, al mondo, l'amore di Cristo che salva"[29].

La definizione è alta e nobile e parla di una via, ossia di un metodo e di uno stile, così come sono proposti e suggeriti da Uno che ci ha invitati ad essere “perfetti come il Padre vostro che è nei cieli”[30].

La consapevolezza della distanza inevitabile fra la fonte d’ispirazione e la concreta esperienza vissuta, ricchissima di variabili che la rendono imprevedibile, e nella sua profondità indecifrabile, potrebbe indurci ad un consapevole e pudico silenzio sulle nostre personalissime biografie.

Sennonché le biblioteche sono piene di libri, riviste, filmati, che contengono dati e considerazioni più o meno autorevoli sulla famiglia[31], mentre le famiglie reali arrancano, i matrimoni diventano statisticamente sempre meno numerosi e meno duraturi, e molti giovani sono alla ricerca di modelli di convivenza che siano, più del “vecchio” matrimonio, compatibili con l’autorealizzazione di ciascuno dei conviventi. Sicché anche lo scambio di esperienze sul vissuto familiare può avere un suo significato. E la fede, presentata non in contesi di liturgie ufficiali o di libri di teologia, ma nel semi-privato di un dialogo sommesso, può testimoniare che c’è della gente che ci crede ancora, non solo la domenica, ma anche il lunedì.

Aggiungo che anche in occasione del convegno di Verona sono stati ricordati e celebrati, anche con giganteschi ritratti, personaggi del laicato cattolico che sono stati riconosciuti dai vescovi come testimoni del nostro tempo. Tra questi, con un po’ di partigianeria, mi limito a ricordare il citato Gesualdo Nosengo, fondatore dell’UCIIM.

La fede come bisogno, come dono e come continua vittoria sul dubbio

Se dilatiamo il discorso oltre i confini di una vita familiare, professionale, associativa e politica, possiamo riconoscere che il mondo ha bisogno di una ragione che sia capace, dopo aver sospettato di tutto e di tutti, di sospettare anche di non essere, con le sole sue forze, l'unica fonte del vero e del bene. Ha anche bisogno, come diceva Amato Masnovo, dopo aver tentato, con un suo aureo libretto di metafisica classica, di indicare l'itinerario de La Filosofia verso la religione, di "tendere la mano, se mai alcuno la stringa e la conduca per vie che non sono quelle della speculazione razionale"[32]. L'esperienza millenaria della fede cristiana, con la sua apertura al Lògos che si è fatto carne e che ci ha indicato la via dell'amore, fornisce un supplemento di "ragioni" alla domanda di sopravvivenza, di pace e di senso del mondo contemporaneo.

Tuttavia anche Papa Benedetto riconosce le difficoltà a credere e ad accettare come razionali le conseguenze ricavabili dalla Rivelazione.

La motivazione e l'esito di questo tendere la mano e l'esperienza interiore di una stretta che sorregge anche quando si affonda nelle acque del lago[33], possono essere solo proposte e testimoniate, e non imposte. Tra le difficoltà che si debbono superare, una è relativa alla storia del cristianesimo e dei rapporti che questo ha vissuto fra fede, ragione, etica e politica.  Il temporalismo, il moralismo, l'ipocrisia allontanano molti dalla fede e costituiscono un ostacolo ad accedere a quella sintesi tra fede e ragione che il Papa Benedetto ripropone, evocando non più la teoresi di San Tommaso, ma la prassi della inevitabile scommessa di Pascal, che considera l'esistenza di Dio come "la migliore ipotesi".

Del resto anche il Concilio ha riconosciuto che "nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione"[34]

Anche dei cattolici si può dire quello che Ratzinger ha scritto dell'uomo, specialmente nell'attuale clima culturale: e cioè che "rimane prigioniero di una 'strana penombra' e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall'etica. Soltanto la rivelazione, l'iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all'uomo e lo chiama ad accostarsi a lui, ci rende davvero capaci di superare questa penombra". [35]

 

A me pare però che occorra lealmente riconoscere che questa 'strana penombra' non è solo frutto delle passioni umane. Anche nell'azione di Dio verso il mondo e verso l'uomo, nella creazione, nella redenzione, nella rivelazione compaiono zone di penombra. Mi ha sempre colpito la preghiera di lode al Padre, detta da Gesù, con singolare chiarezza e solennità, "pieno di gioia per opera dello Spirito Santo": "Ti ringrazio o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tu hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli. Sì, Padre, così tu hai voluto".[36]

La fede è stata offerta all'uomo sulla base della più grande prova di credibilità e di amore che sia possibile, con la passione e la resurrezione ("anche se non credete a me, credete alle opere, affinché sappiate riconoscere che il Padre è in me ed io in Lui"[37]) .Ma Gesù ha frustrato domande legittime dei suoi e ha dato risposte non sempre rassicuranti. E nulla di preciso ci è stato detto, tanto per fare un esempio, sul senso e sul ruolo dei terremoti e sulla sofferenza degli innocenti e su quella del mondo animale, nella storia della creazione e della salvezza. Gesù ci invita a chiedere "qualunque cosa" al Padre, certi d'essere esauditi, ma in realtà ci propone una sola essenziale domanda come esaudibile: la richiesta dello Spirito Santo.[38] Colui che, secondo Paolo, inviato nei nostri cuori, grida "Abbà, e cioè Padre"[39], anche quando a noi sembra di essere orfani, perché non riusciamo ad ottenere quanto richiesto.

Nel dare ragione della nostra speranza, non possiamo tacere la difficoltà e la fatica del credere e l'impegno a rinnovare l'invocazione con la quale il cardinal Martini ha condotto per anni la cosiddetta "Cattedra dei non credenti"[40]: "Credo, Signore, aumenta la mia fede". E' questo un modo per accostare e aiutare, con umiltà e coraggio, la possibile emersione del credente anche in chi si proclama agnostico o non credente.

Mi sembra giusto affrontare con lealtà quei dubbi che fanno parte della vita di fede, e che possono essere "tenuti a bada" da una fede adulta, alimentata comunitariamente, capace di confrontarsi con la razionalità e la ragionevolezza, senza pretese illuministiche e totalizzanti, e senza rinunce di tipo fideistico.

La grande sfida si può affrontare sotto diversi punti di vista e su diversi fronti. Gesù si è chiesto se il Figlio dell'uomo troverà ancora la fede quando tornerà sulla terra.[41] Evidentemente avvertiva la difficoltà e il rischio dell'impresa; tanto che rincuorò i suoi con espressioni perentorie, ma non deresponsabilizzanti: "Nel mondo avrete dolori: coraggio però! Io ho vinto il mondo"[42] e "Sappiate che sarò sempre con voi, fino alla fine del mondo"[43]. Sappiate: e cioè credete a me, fidatevi di me e della mia testimonianza.

Resta il fatto che noi dobbiamo vivere col patrimonio mirabile della Parola di Dio, ma anche con quello che, da Auschwitz in poi, si chiama il "silenzio di Dio". E' un silenzio che pesa, soprattutto quando si è soli. Le conoscenze che possiamo trovare ed elaborare ci servono per cercare ancora, non certo per dichiararci soddisfatti dei livelli di sapere e di certezza raggiunti. Spesso è nella voce degli altri, dei parenti, degli amici, dei fedeli e dei colleghi che troviamo risposte alle nostre preghiere. Ecco perché è importante per i cristiani la vocazione associativa, che va coltivata come quelle alla famiglia, al sacerdozio e alla vita professionale.

Uno dei segni del nostro tempo è la ripresa di un anticlericalismo, che tende a diventare anche una forma aggressiva di anticristianesimo[44]. Vigilanza e presenza, elaborazione e mediazione sono richiesti a noi sul piano culturale, teologico, scientifico, sociale e politico. Serve probabilmente una forma nuova di apologia. La circolazione delle idee, la stima e l'amicizia reciproca e l'impegno organizzativo che possiamo mettere in campo, con una cordiale collaborazione fra sacerdoti e laici (i quali, ha detto all'assemblea ecclesiale di Verona il card Ruini,"possono solo crescere o calare insieme") possono aiutarci ad affrontare, come lui ci ha proposto all'inizio della sua riflessione, "un'avventura affascinante nella  quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza".

 

L’impegno associativo come alimento di fede, testimonianza e servizio

Nel mio diario trentennale non mi sono occupato solo di famiglia, di scuola e di università, ma anche di associazionismo professionale cattolico, che ha riguardato studenti, genitori, insegnanti, con l’impegno a far nascere a Reggio Emilia l’USM, unione studenti medi, l’AGe, associazione genitori, e a promuovere l’UCIIM associazione professionale dei docenti medi cattolici e l’AIDU, associazione dei docenti universitari d’ispirazione cristiana.  La base di partenza è stata per me la vita parrocchiale e, attraverso questa, l’Azione Cattolica, con la partecipazione ai campi scuola del Falzarego, negli anni ‘50.

Tutte le difficoltà di ordine personale, psicologico, sociologico, culturale, perfino teologico, manifestatesi nella considerazione di alcuni, a proposito dell’UCIIM dell’AIDU, le due associazioni di cui sono stato presidente nazionale, non tolgono il fatto che noi siamo chiamati ad un impegno di spiritualità professionale socialmente orientato, da un lato dalla professione di ricercatori e docenti, corresponsabili del funzionamento delle istituzioni scolastica e universitaria; dall’altro da un Vangelo che ci è stato annunciato per dare senso a questo mondo e alla nostra vita, attraverso la partecipazione ai sacramenti, l’esercizio della carità vissuta nelle diverse situazioni in cui sia possibile rendere un servizio agli uomini e alle donne, e attraverso la testimonianza e la prosecuzione dell’annuncio di un Regno che va oltre i confini del tempo e dello spazio.

Si può riflettere in modo individuale su questa paradossale duplice “cittadinanza”, e si può anche farlo meglio comunitariamente o collegialmente, in presenza, ma anche a distanza, interagendo con colleghi che condividano la condizione detta e la relativa problematica, e che accettino di “perdere una parte, piccola o grande, del proprio tempo” con colleghi disponibili a stare in rete. Ars longa, vita brevis. Ma nella brevità si possono dire e fare, o almeno aiutare a fare, anche solo col proprio consenso, più cose di quelle cui pensiamo nei momenti di sovraccarico di lavoro o di sconforto[45].

La “comunione fra credenti” è un prezioso alimento sia alla salute interiore, sia alla “partecipazione” alla vita delle istituzioni pubbliche. Alla comunità residenziale, istituzionale e fisica tipica del secolo passato, si vanno affiancando, e talora sostituendo, comunità telematiche, che offrono nuove modalità per vivere nella complessità e nella cronica “mancanza di tempo” di chi vive responsabilmente nella società d’oggi, per condividere appartenenze, relazioni, informazioni, decisioni.

Da soli, un granello di sale, un pezzettino di lievito e un lumino non bastano a dar sapore,  a far lievitare la pasta, ad illuminare.  Che fare? Abbandonare il campo? Maledire il fico che non dà frutti o gettare di nuovo le reti, anche nel lago poco pescoso dei docenti secondari e universitari? Se è insalata, cresce in una settimana, ma se è una quercia, ci vogliono molti anni per vederla adulta. Ciò che non funziona o funziona poco visibilmente e poco efficacemente in un decennio, può funzionare nel successivo. [46]

Sarebbe importante che la Chiesa, come dedica tempo ed energie a promuovere la famiglia, facesse qualcosa di analogo per l’associazionismo, a partire dalle illuminanti scelte del Concilio, a  proposito del compito specifico dei laici. Mi pare che, dopo gli anni dell’immediato dopoguerra, occorra una nuova epoca di formazione delle coscienze all’impegno professionale, sociale, civile e politico.

 

Esempi di dialogo con i non credenti

Un mio collega mi ha parlato di problemi angoscianti che riguardano suo figlio e ha aggiunto: agli amici credenti chiedo una sincera preghiera. Gli ho risposto in questo modo. “A dirti la verità non conosco bene il meccanismo della preghiera e sinceramente a volte mi sembra inutile e impossibile. Ma poi mi viene in mente Gesù, che non ha cessato di raccomandarla, anche con immagini paradossali (“se avete fede…potrete anche dire a questa montagna: sollevati e buttati nel mare, e avverrà così”[47]

 

E dopo aver detto: "Chiedete e otterrete,cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto, perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto", aggiunge:"Se vostro figlio vi chiede un pesce, voi gli dareste un serpente? Oppure se vi chiede un uovo, gli dareste uno scorpione? Dunque voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli. A maggior ragione il Padre, che è in cielo, darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono".[48] Non darà un seggio in Parlamento o un posto di lavoro o la guarigione da una malattia (tutte cose buone e desiderabili e umanamente ottenibili, a certe condizioni), ma lo Spirito Santo. Del quale Paolo scrive ai Galati: "E siccome siete suoi figli, Dio ha inviato nei vostri cuori lo Spirito  di suo Figlio, che grida: Abbà, ossia Padre!"[49]. Qui è difficile dire che il discorso è smentito dall'esperienza. L'esperienza interiore non assomiglia a quella sensoriale.

 

Mi viene da concludere: anche quando non lo vediamo, e anzi quando ci sembra che sia indifferente o irresponsabile, e cioè non padre, lo Spirito grida che Lui è padre lo stesso, anche se con modalità che sfuggono alla nostra percezione e alla nostra immaginazione. Infatti "fa piovere sui giusti e sugli ingiusti" e dà il compenso agli operai non secondo la quantità del lavoro fatto, ma secondo la promessa e il "contratto" fatto con i singoli.

 

Ma il discorso si complica ancora. Ricordo che Montanelli e Bobbio, a tacer d'altri, hanno dichiarato con dispiacere di non aver ottenuto il dono della fede. Il fatto curioso è che lo stesso Gesù ci chiede di pregare per avere questo dono e nello stesso tempo Paolo dice che "nessuno può dire Gesù è il Signore, se non per mezzo dello Spirito Santo". [50]

C'è un'interazione misteriosa fra iniziativa umana e iniziativa divina. Una mia nipote ha capito da un'insegnante che Dio ce lo inventiamo noi. Classica idea, che risale a Senofane: "Gli Etiopi affermano che i loro dèi sono neri e camusi, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi".

Tra i frammenti di Senofane uno dice: "Non è che fin dal principio gli dèi abbiano svelato ogni cosa ai mortali, ma a poco a poco gli uomini, ricercando, trovano il meglio". Dunque al posto di una rivelazione c’è la ricerca razionale, filosofica. E tuttavia scrive, in un altro frammento: "Un dio soltanto, e tra gli dèi e tra gli uomini il più grande, né per aspetto simile ai mortali, né per il pensiero". E infine, al frammento 20 scrive di questo Dio:"Tutto intero scorge, tutto intero concepisce, tutto intero ascolta".

 

Perché ti ho detto queste cose? Per assicurarti che domani dirò un rosario per tuo figlio, sapendo che "se non è il Signore a costruire la casa, gli operai lavorano invano". Ma se noi non ci muoviamo e non lanciamo segnali dalla zattera in cui siamo imbarcati, possiamo perdere l'occasione di farci ascoltare da Uno che passa da queste parti. Del resto Agostino ha scritto: timeo Dominum transeuntem. Mistero da contemplare o confusione da cui sfuggire? Io da 55 anni scommetto sulla prima ipotesi. Moglie, figli, amici, scolari, qualche prete mi hanno aiutato a "resistere". Da loro ho avuto risposte sufficienti a non disperarmi per il silenzio di Dio. Spero di farlo fino alla fine.”

 

Su Repubblica del 18 giugno Eugenio Scalfari dedica un editoriale alla figura del card. Martini, riferendo di un lungo colloquio avuto con lui. Conclude in questo modo: “Alla fine ci alzammo. Mi disse d’aver letto il mio ultimo libro, L’uomo che non credeva in Dio e di averci trovato alcune assonanze con la sua visione del bene comune. Lo ringraziai. “Io Le sono molto vicino, gli dissi, ma non credo in Dio e lo dico con piena tranquillità di spirito”. “Lo so, ma non sono preoccupato per Lei. A volte i non credenti sono più vicini a noi di tanti finti devoti. Lei non lo sa, ma il Signore sì”. Conclude Scalfari: fui tentato di abbracciarlo, ma siamo un po’ tremanti tutti e due ed avremmo rischiato di  finire per terra. Ci siamo stretti la mano promettendoci di rivederci presto”.

 

Luciano Corradini

 



[1] Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 42

[2] At, 1,8

[3] Gv, 15.5

[4] Mt, 5.48

[5] Gv, 15, 12-17

[6] Rm,1-16

[7] At, 17, 32

[8] Mt, 28, 18-20

[9] Fil, 4,9

[10] Lc, 24, 46-49

[11] CEI, 29.6.2007

[12] Id., 11

[13] Mt, 28, 20

[14] Lc, 24, 29

[15] Sal, 108,3

[16] Lc, 24, 13-49

[17] L.Corradini (a cura di), Laicato cattolico educazione e scuola in Gesualdo Nosengo. La formazione, l’opera e il messaggio del fondatore dell’UCIIM, Elledici, Leumann (TO), 2008. Ricordo anche l’autobiografia datami da M. Laeng, che ho utilizzato per il Profilo della vita e dell’opera di Mauro Laeng, in “Pedagogia e Vita”, 2006, 3-4, pp.179-193

[18]L.Corradini, A noi è andata bene. Famiglia, scuola,università, società in un diario trentennale, Città Aperta, Troina 2008

[19] M.Perrini, a cura di, A Diogneto. Alle sorgenti dell'esistenza cristiana, La Scuola, Brescia 1984, p.49. Si veda anche P.Schiavo, Lettera a Diogneto, Filo, Roma 2009.

[20] 1Cor 4, 9-16. Efficace la battuta di E. Bianchi:”Al cristianesimo servono testimoni, non testimonial” (Per un’etica condivisa, Einaudi, Torino 2009, p.44)

[21] M.Perrini, op. cit., p.56

[22] ibid, p.57

[23] I Cor 8, 1

[24] M.Perrini, op.cit.p.60

[25] L.Accattoli, Cerco fatti di Vangelo. Inchiesta di fine millennio sui cristiani d’Italia, Sei, Torino 1995

[26] N.Galli, La duplice crisi della coppia, in “Pedagogia e Vita”, 3-4, maggio agosto 2009, pp.11-13.

[27] I Piet.,3,15

[28] P.Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, Longanesi, Milano 2007

[29] G.eG. Campanini, Famglia, in “Nuovo Dizionario di spiritualità”, Paoline, Alba 1978, p. 623

[30] Mt, 5,48

[31] Il volume più rilevante in merito resta quello curato da L.Pati , Ricerca pedagogica ed educazione familiare, Studi in onore di Norberto Galli, Vita e Pensiero, Milano 2003

[32] A.Masnovo, La filosofia verso la religione, Vita e Pensiero, Mlano 1941

[33] Mt, 14, 28-31

[34] GS, 19,c

[35] J.Ratzinger, L'Europa di Benedetto, pp.59-60; 115-124

[36] Lc, 10, 21

[37] Giov. 10.38

[38] Lc, 11, 9-13

[39] Gal, 4, 6

[40] C.M.Martini, La cattedra dei non credenti, Rusconi, Milano 1992; Id. e U.Eco, In cosa crede chi non crede, Liberal, Milano 1996

[41] Lc, 18,8

[42] Gv, 16.33

[43] Mt, 28.20

[44] Oltre al citato Odifreddi, sono in libreria altri libri polemici contro la religione: M.Onfray Trattato di ateologia, Fazi, Roma 2005; C. Hitchens come Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi, Milano 2007; T.C.Leedom e M.Murdy Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere, Newton Compton, Milano 2008; R.Dawkins, L'illusione di Dio. Le   ragioni per non credere, Mondadori, Milano 2008; R.Aronson, Vivere senza Dio, Newton Compton, Milano 2009

[45] Ricordo, a proposito di testimonianza, il gesto provocatorio del volontariato fiscale, fatto con versamenti del 10% dello stipendio allo Stato, per 14 mesi, come reazione civica alla grave crisi finanziaria del settembre nero (1992). Ne è nata, nel ’93, con statuto registrato, e nel ’95,  con assemblea in Campidoglio,  l’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico, di cui forniscono informazioni il libro di chi scrive La tunica e il mantello. Debito pubblico e bene comune. Provocare per educare, Euroma, Roma 2003, e il sito: www.ardep.it..

[46] L.Corradini, Educare nella scuola nella prospettiva dell’UCIIM, Nuovi scenari, nuove responsabilità, Armando, Roma 2006

[47] Mt, 21, 21

[48] Mt, 7.10

[49] Gal, 4, 6

[50] Cor,12, 3

 

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