Luciano Corradini

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Educazione evangelizzazione e pubblicità nel dialogo con i giovani

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Educazione evangelizzazione e pubblicità nel dialogo con i giovani (21 1 012)

I ragazzi hanno oggi, assai più che nel passato, opportunità di imbattersi in messaggi di tipo religioso e di frequentare gruppi o reti di credenti. Giornali, riviste, radio, televisione, internet offrono informazioni, messaggi, perfino occasioni di preghiera, come non è mai accaduto nella storia. Eppure questi messaggi, a volte qualificatissimi, a volte molto meno, non arrivano a destinazione come vorrebbero coloro che li inviano. Come non basta visitare una chiesa per capire il senso della luce accesa davanti al tabernacolo, così non basta sentire un’omelia papale per cogliere il valore del messaggio e di colui che lo propone.

Per affrontare questo rilevante problema di comunicazione, ci soffermiamo sulla forma di dialogo che Gesù di Nazareth e Paolo di Tarso hanno sviluppato con i destinatari del loro messaggio.

Il dolore sofferto a causa di chi non ha orecchi per intendere e occhi per vedere

E’ diventata proverbiale l’affermazione in qualche modo provocatoria, ma anche rassegnata, con cui Gesù conclude la sua pur chiara parabola del seminatore: “Chi ha orecchi per intendere, intenda” (Mc, 4,9). Alcuni hanno questo tipo di orecchi e, utilizzandoli, “cambiano testa”, compiono una “metanoia”, si convertono. E’ il caso dei primi discepoli:  “Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: ‘Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini’. E subito, lasciate le reti, lo seguirono”. (Mc, 1, 16-18). Il racconto è straordinariamente asciutto, senza dialogo. Marco ha saltato probabilmente alcuni passaggi, volendo far capire la conclusione di questo incontro, la potenza della figura e della parola del Nazareno e la fiduciosa disponibilità di chi decide di cambiar vita seguendo un maestro d’eccezione.

Molti però  non ci stanno. I suoi stessi parenti dicono che Gesù è diventato pazzo. E allora Lui parla in pubblico, si difende, spiega, argomenta, confuta e persino minaccia, per mostrare che con lui è lo Spirito di Dio, non quello del demonio (Mc, 3, 23-39).

Coloro che lo conoscono da vicino, come falegname, rifiutano di riconoscere il suo nuovo linguaggio, i miracoli, la proposta di cambiar vita. Anche qui Gesù non si rassegna: “Si meravigliava che quella gente non avesse fede” (Mc, 6, 1-5).  Questa meraviglia è stupore, ma soprattutto delusione e amarezza, per non essere ascoltato e  capito. Egli avverte insomma d’essere frainteso nelle sue intenzioni di amore appassionato per la sua terra e d’essere rifiutato come persona: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa viene lasciata deserta" (Lc 13,34-35).

Lo stesso Luca ricorda un altro momento di sofferenza di Gesù di fronte a questo rifiuto: ”Quando fu vicino alla città, Gesù la guardò e si mise a piangere per lei. Diceva: “Gerusalemme se tu sapessi, almeno oggi, quello che occorre per la tua pace! Ma non riesci a vederlo!...”. Occorrono dunque non solo orecchi per ascoltare, ma anche occhi per vedere i segni dei tempi, e magari anche per piangere per la cecità altrui. Neanche i miracoli servono a convincere quelle folle, che prima vogliono farlo re, sperando in un capo che li gratifichi, ma poi lo condannano a morte, perché non hanno capito la sua persona e il suo messaggio.

Fallimento di un’esperienza e rivelazione di un mistero

In tre anni si chiude tragicamente l’esperienza educativa di Gesù maestro. E’ in certo senso un clamoroso fallimento, in altro senso un’esperienza fondamentale per la comprensione della condizione umana e una testimonianza di fiducia negli altri e nell’educazione, nonostante tutto. Ai suoi discepoli che lo avevano abbandonato, dopo la resurrezione dà la consegna di andare, insegnare, battezzare, “farsi dei discepoli” (matheteusete). Dopo oltre duemila anni, continua, in diversi contesti culturali e con diversi mezzi, l’impegno dei credenti a comunicare con chi ancora non è credente o non lo è più, e a trasmettere un messaggio che si propone non solo come contenuto da far conoscere, ma anche come invito ad un modo di essere e di porsi in una nuova relazione con Dio e, con lui e attraverso lui, con gli altri, presenti e passati.

Torniamo ai giovani d’oggi e alla loro difficoltà a riconoscere la sostanza della vita cristiana e, ancor prima, a ritenere significativo per la loro vita un complesso di discorsi, di simboli, di atteggiamenti e di comportamenti che sono lontani dalla vita che i più vivono e apprezzano. Molti si chiedono perché mai, con Babbo Natale e con la Befana, certi adulti, che pure stupidi non paiono, non si siano lasciati alle spalle anche Gesù, con tutte le dottrine e con tutte le istituzioni, non sempre esemplari, che si richiamano al suo nome. E’ un fatto che a qualcuno l’oroscopo appare una cosa più seria e più interessante d’una parabola evangelica. Non mancano le occasioni per chiarire, approfondire, discutere anche nell’adolescenza la natura del Cristianesimo e la possibilità di pensare e vivere la fede, senza esser costretti a buttar via la ragione. Si tratta però di discorsi lunghi, per i quali sembra non esserci mai tempo disponibile, perché molte sono le persone, le cose, le avventure che attraggono l’attenzione.

La religione a scuola e la “pedagogia” di Paolo di Tarso

Non basta neppure avere in tutte le scuole l’insegnamento della religione cattolica, di cui la grande maggioranza dei ragazzi continua ad avvalersi. Abbiamo di recente saputo che a Bruxelles (Luigi Offeddu, in Corriere della Sera, 20.1.2012) la maggioranza relativa degli studenti (oltre il 40%) sceglie di studiare l’Islam; seguono coloro che scelgono la morale laica (il 37% nelle scuole secondarie), mentre il cattolicesimo è scelto a poco più del 15%. Non è così in area fiamminga, dove coloro che scelgono il cattolicesimo a scuola sono circa l’80%. A parte il fenomeno sempre più rilevante dell’immigrazione, che rende interessanti nuovi messaggi e nuovi culti, la grande disponibilità di fonti d’informazione, come accennavo all’inizio, aumenta le possibilità di scelta di temi da privilegiare e di discorsi a cui prestare orecchio. Aumenta però anche una sorta di rumore di fondo, che distrae dalla ricerca del senso della vita e che attenua il bisogno di andare a fondo: sicché i messaggi più importanti sfuggono o appaiono poco significativi e perfino noiosi. Si può sempre “cambiare canale”, in famiglia, a scuola, in chiesa, fra gli amici. Torniamo ancora, con una rapida citazione, alle origini del Cristianesimo.

Non rinunciare a proporre e non pretendere d’imporre

San Paolo sperimentò più volte chiusure e indisponibilità all’ascolto dell’annuncio del Vangelo. Famoso è il suo discorso all’Areòpago.  Cominciò con abilità e con energia, ottenendo ascolto fra i dotti; ma quando accennò alla resurrezione di Cristo, quelli se ne andarono: “Su questo ti ascolteremo un’altra volta” (Atti,17, 31). E tuttavia non si è rassegnato. A Timoteo raccomanda: “Predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione, opportuna e anche importuna, rimprovera, raccomanda, incoraggia, usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare. Perché ci sarà un tempo nel quale gli uomini non vorranno più ascoltare la sana dottrina, ma seguiranno le loro voglie, si procureranno molti nuovi maestri, i quali insegneranno le cose che loro avranno voglia di ascoltare. Non daranno più ascolto alla verità e andranno dietro alle favole. Tu però sta sempre in guardia, sopporta le sofferenze, continua il tuo lavoro di predicatore del Vangelo, porta a termine il tuo impegno a servizio di Dio”. (2Tim, 4,1-5)

Come Gesù, neanche Paolo promette il successo dell’azione educativa, ma chiede un impegno di perseveranza “opportune importune”, come dice il testo latino. Questa espressione oltranzista è però mitigata da due concetti: la pazienza e la capacità d’insegnare. Il che significa essere capaci di autocontrollo, di distacco, di rinuncia alla pretesa di successo, di rispetto dei tempi degli altri.

Il famoso “importune” è un invito a non rinunciare, a non lasciar perdere per non avere grane; non è però l’autorizzazione a intervenire a sproposito, creando nell’interlocutore una resistenza non tanto al messaggio, quanto ai modi e ai tempi con cui si pretenda d’imporlo. La capacità d’insegnare, invocata da Paolo, implica la conoscenza della verità che si vuole trasmettere e della psicologia di coloro a cui ci si rivolge: ma anche la conoscenza della diversa rilevanza dei nuclei di questa complessiva verità, in relazione alla diversa qualità del terreno su cui si semina la proposta. Il bravo educatore sa che anche i terreni aridi possono venire innaffiati e coltivati; ma sa anche che, se proprio si è rifiutati, almeno temporaneamente è possibile ritirarsi, anche senza “scuotere la polvere dai calzari” (Mt, 10, 14). Quanto al raccolto, non sta a noi stabilire se e quando avverrà. Più esplicito ancora è un rabbi del 2°secolo, che dice: “Non sta a te compiere l’opera, ma non sei libero di sottarti”.

L’educatore sa d’aver a che fare con forze che distraggono l’attenzione delle persone con messaggi suadenti e ingombranti, che possono influire molto sulla mentalità e sulla “facoltà di desiderare”, non solo dei giovani.

Una pubblicità che deprime il codice paterno e insegna a vivere in funzione delle cose

Una recente pubblicità radiofonica e televisiva che promuove una prestigiosa auto tedesca, la Mercedes, ci presenta scene di vita ordinaria, con bambini che imparano a rispettare le regole, a non deludere le aspettative dei grandi, insomma ad essere bene educati. Ad un certo punto arriva un perentorio invito a dimenticare le regole:”Ora che conosci tutte le regole, dimenticale.  Osare diventa la regola”. Per fare che cosa? Naturalmente per comprare un’auto. Mi è venuto spontaneo associare questo messaggio alle vicende del naufragio della nave Costa Concordia e al comportamento del suo capitano, che non ha saputo “ricordare” il valore delle regole. E’ come se in lui si fosse spenta la voce interiore del padre, la “voce orientante”, che dovrebbe accompagnarci per tutta la vita.

Ho l’impressione che certi spot, forse senza volerlo, contribuiscano a spegnere progressivamente nelle coscienze il “codice paterno”, ossia il principio di realtà, in nome del principio del piacere. Ne risulta ancor più indebolito il principio di valore, che è la luce della coscienza. Su internet si trovano giudizi osannanti nei riguardi delle auto così pubblicizzate. L’idolo prende il posto di qualche altra cosa, nella mente e nella coscienza di molti. Il consumismo non è solo l’ossessione dei bacchettoni, ma ha a che fare con la “mutazione antropologica”, di cui si parla in responsabili sedi, non solo ecclesiali.

Altri spot pubblicitari presentano giovani donne che pare sognino un bambino, una carrozzina, o che sono già in abito bianco davanti all’altare. Poi la fuga, il cambio improvviso di scena: un paio di scarpe rosse e un nuovo modello di auto. La conclusione non ammette dubbi: “Tutto il resto può aspettare”. Ossia il futuro, la responsabilità, la sofferenza degli altri possono attendere. Subito occorre il giocattolo per il bimbo, che è diventato grande, ma che non ha imparato niente, perché la società dei consumi lo invita a “dimenticare”.

Un messaggio civile

Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Monti ha detto che chi evade le tasse “non solo reca danno ai cittadini", ma "offre ai propri figli un pane avvelenato", perché "li renderà cittadini di un Paese non vivibile". Chi non rispetta le regole, nel nostro caso la Costituzione, danneggia tutti, in particolare le giovani generazioni, che dovranno pagare per i debiti contratti dagli adulti.  A Reggio Emilia Monti aveva detto che chi evade le tasse mette le mani nelle tasche dei cittadini onesti. Questi non sono spot, ma messaggi forti, sintesi di realtà e di responsabilità. Sono orizzonti di senso aperti alla ricerca. Perché devo occuparmi degli altri? Chi si occupa di me? Che cosa si è detto, nella storia dell’umanità, intorno alla relazione che io debbo avere con gli altri e intorno alla felicità che posso conquistare? Queste domande hanno qualcosa a che fare con Gesù Cristo? Luciano Corradini

 

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