Luciano Corradini

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L’utopia pedagogica della riduzione del debito pubblico e l’impegno per realizzarla

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L’utopia pedagogica della riduzione del debito pubblico e l’impegno per realizzarla

Luciano Corradini  (In Nuove frontiere dell’educazione, (010 11 20)

Introduzione

Impegnarsi a realizzare un’utopia sembra una contraddizione. Se l’utopia è per definizione irrealizzabile, come pensano alcuni, non è contraddittorio impegnarsi a realizzarla? E fra le tante utopie da realizzare, perché assumere sul piano educativo proprio la riduzione del debito pubblico?

Che cosa è il debito pubblico, perché è un male, come si è prodotto, quali danni produce, come si fa a ridurlo? Si parla di riduzione, non di azzeramento: i parametri di Maastricht, sottoscritti anche dal nostro paese nel 1992, prevedono che in ogni esercizio finanziario lo Stato non debba indebitarsi oltre il 3% del Prodotto interno lordo e che il debito complessivo non debba superare il 60% del Pil. Entro questi limiti, il debito è sopportabile e non produce danni gravi, come accade quando diventa addirittura il doppio di questi valori, com’è successo nel nostro Paese.

Le conoscenze in proposito sono assai poco diffuse, come del resto la disponibilità a pensare nei tempi medio-lunghi. Che cosa può farci ciascuno di noi? Quando abbiamo pagato le tasse, abbiamo fatto il nostro dovere, e abbiamo tutto il diritto di protestare se i servizi pubblici funzionano male o non funzionano affatto. Toccherà ai tecnici e ai politici mettere le cose a posto. E se non lo fanno? Ci sentiremo autorizzati a non andare a votare e a fare come “i furbi”, che si stufano di pagare anche per gli altri. L’ignoranza e il senso d’impotenza inducono i più ad occuparsi d’altro, col realismo di Bertoldo, che vive alla giornata, o con la prepotenza di chi pensa di salvarsi con i suoi mezzi, giusti o ingiusti che siano, mentre la “cosa pubblica” può andare alla malora.

Domandiamoci se questa questione ha a che fare con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione. La risposta è sì, ma non molti si rendono conto dello stretto legame esistente fra diritti e doveri, libertà e schiavitù, pace e guerra e questioni fiscali e finanziarie. Almeno due articoli della nostra Carta ci portano cl cuore di questo problema: l’art. 81 e l’art. 53. Il primo dice: “Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal  Governo….Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

L’art. 53 indica la strada maestra per garantire le entrate  e i criteri per percorrerla, sia da parte dei singoli cittadini, sia da parte dei pubblici poteri. E’ uno degli articoli più brevi, più chiari, ma anche tra i meno applicati: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche, in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Non si parla del debito, ma si indica come  “governarlo”. A giudicare da quello che è successo soprattutto fra gli anni ’70 e gli anni ’80 nel nostro Paese, come vedremo, si direbbe che non si è tenuto abbastanza conto di queste indicazioni fondamentali.

Opinione pubblica e debito pubblico

A dire la verità non mancano, sulla stampa e nei pubblici dibattiti, le rituali citazioni del debito, ma lo si fa di solito per incolpare chi lo ha fatto, non per dare alla questione dignità di voce fondamentale da tenere sempre sott’occhio e da curare con informazioni e con politiche capaci di mobilitare le coscienze a tutti i livelli, per ridurne la portata devastante e distorcente per il nostro Paese.

Giornali, telegiornali e politici fanno a gara nel condannare sprechi e ruberie, nel denunciare gli effetti nefasti della crisi economica e nel ritenere buone notizie, anche se non riescono a darle, quelle che riguardano la riduzione delle tasse, l’aumento degli stipendi, la diminuzione dei prezzi e dei tassi d’interesse. Ma del debito pubblico non si sa che cosa dire: anzi è percepito non solo dai governanti, interessati a non diffondere il panico, ma anche da una vasta opinione pubblica come un buco nero, di cui è meglio non parlare, perché porta jella.  E si sa che, come recita un detto popolare, a pagare i debiti e a morire si è sempre a tempo.

Non importa se in tal modo si lascia morire qualche altro, qualche famiglia o qualche dose di speranza nel futuro. Ci sono campagne e raccolte fondi contro le malattie, con commoventi gare di solidarietà: ma che il debito sia un male curabile, col contributo di tutti, sembra una bestemmia. Lo stato è per definizione cattivo e sprecone. E chi darebbe soldi al nemico? E poi il debito non puzza come l’immondizia accumulata nelle strade di qualche magnifica città.  Per l’inquinamento, la droga, l’AIDS, la fame, il terrorismo, la guerra ci sono mobilitazioni, associazioni e ci sono machinerys organizzative sostenute dalla pubblica opinione e dagli enti pubblici. Per il debito no.

Resta affare della Ragioneria generale dello Stato, del Tesoro, delle commissioni parlamentari competenti. Non è dunque utopico, ossia impossibile e inutile occuparsene in sede educativa?

Un esperimento sociale iniziato nei primi anni ’90 e ancora in corso

Come sanno i pochi navigatori interessati al problema, per dargli evidenza, per sensibilizzare la pubblica opinione e per riunire idee e forze scientifiche, sociali, politiche e amministrative, che potessero affrontarlo e risolverlo, è nata nel 1993 l’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico (www.ardep.it). Si tratta di una minuscola associazione che è sorta addirittura con atti provocatori di “volontariato fiscale”, per segnalare un pericolo e per cercare di trovare una strada per evitarlo. La cosa fu variamente interpretata. Non è per caso una bestemmia parlare di “fisco amico” e diffondere lo slogan che si vuole adottare l’Italia, e quindi prendersi a cuore la sua salute fiscale ed economica, da cui dipende in gran parte il bene comune, di cui si parla tanto più volentieri? Un gruppetto di ardimentosi decise di provarci ugualmente.

Dopo una prima stagione d’interesse mediatico per lo strano fenomeno, si spensero le luci. I giornali, con la lodevole eccezione di “Avvenire”, hanno quasi regolarmente censurato le lettere che davano in proposito qualche informazione o sollevavano il problema, collegandosi col dibattito sulle tasse e sulla minaccia di rivolta fiscale. Da parte dei politici e degli economisti si è notato un silenzio assordante nei confronti di questo esperimento di speleonauti, interessati a indicare la luna, non a esibire all’ammirazione o alla derisione il proprio dito.

Di recente un giornalista del Sole 24 Ore ha avuto il coraggio di riparlarne, dicendo che “per una volta una non notizia poteva diventare una notizia”.

La non notizia è che esiste (dal 1994) un “Fondo per l’ammortamento dei titoli di stato”, con un capitolo abilitato a ricevere anche le donazioni dei cittadini, e che a quel fondo sono stati “donati” una cinquantina di milioni di vecchie lire da comuni cittadini. Aggiungeva il giornalista Dino Pesole che il direttivo dell’ARDeP sarebbe stato ricevuto dal Presidente del Consiglio, per colloqui sul tema del debito, e che gli avrebbe consegnato la ricevuta di un versamento di 1000 euro a detto Fondo. Una specie di mazzo di fiori posto sull’altare della Patria, davanti al Milite ignoto, che si è sacrificato per la nostra libertà.

La richiesta che effettivamente ha accompagnato anche questo gesto simbolico riguarda la trasformazione di detto fondo, dal nome oscuro, in “Fondo per la riduzione del debito pubblico”: questo allo scopo di renderlo visibile e comprensibile anche ai non esperti di bilancio dello stato. Un po’ come il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, che a Natale vende le cartoline per finanziare la sua azione umanitaria nel mondo.

Una seconda richiesta è stata quella di affidare la presidenza del Fondo da persona autorevole e nota, capace di gestirlo in modo sia manageriale, sia partecipato, nella logica di Pubblicità Progresso. Ogni euro che va in quel Fondo, è infatti un euro di debito di meno per tutti noi. Non si tratta di gettare la monetina nel calderone immenso del bilancio pubblico, ma di far conoscere e far utilizzare quel Fondo che, se adeguatamente alimentato, consentirà allo Stato di indebitarsi di meno con i BOT e di pagare meno interessi.

Questo cammino virtuoso, in salita, non è popolare, perché connette la situazione di ciascuno di noi con quella di tutti gli altri, e induce a pensare al domani collettivo e non solo all’oggi personale o familiare. Assomiglia più ai motti milaniani “I Care” e “sortirne insieme è la politica” che quello del tema del ragazzino napoletano “Io speriamo che me la cavo”. Oggi  soffriamo in molti per i “tagli” dei fondi a tutti i servizi pubblici, ma non ci interroghiamo abbastanza sulle ragioni che ci ha portato a queste condizioni, e sui modi per garantire un’equa ripartizione delle opportunità e dei sacrifici necessari per uscirne, in una prospettiva sociale e intergenerazionale.

Dire che bisogna pagare le tasse, è necessario, ma di per sé non è sufficiente a imboccare sul serio la strada della lotta al debito. Se la nave imbarca acqua, non mi basta aver pagato il biglietto. Bisogna stanare chi ha fatto il buco, chi continua a dilatarlo, chi impedisce il lavoro di restauro e ottenere la collaborazione attiva dei passeggeri, invitandoli magari a buttare a mare qualche oggetto di pregio, per alleggerire il peso che  rischia di far affondare la nave.

Bisogna, secondo la recente linea seguita dall’Agenzia delle Entrate, non solo svolgere azioni investigative, di contrasto e di repressione, ma anche azioni di aiuto al contribuente, d’informazione, di educazione a capire quanto sia non tanto “bello”, quanto “giusto” pagare le tasse, tanto più se il complesso sistema fiscale sarà orientato a quei criteri di progressività di cui parla la Costituzione. Ci sono anche specifici programmi d’informazione rivolti alle scuole, nella logica dell’educazione fiscale: programmi di cui si auspica la conoscenza e lo studio da parte  dei giovani, a cominciare  dalla scuola primaria. Che cosa fa una mamma saggia se il marito va a giocare soldi e s’indebita? Quando arriva lo stipendio, mette subito da parte una somma destinata pagare il debito. Magari nasconde questa somma sotto il materasso, prima di portarla in banca, per sottrarla alla voracità del marito.

Se il Fondo (che per ora è un materasso nascosto nel Palazzo di Via Nazionale) sarà visibile, e se saranno pubblicizzate le azioni che riducono il debito, si potrà aprire una gara di solidarietà, e qualcuno potrà sentirsi partecipe attivo del risanamento, magari scaricando dalla coscienza un po’ del peso che vi si è accumulato, a causa dei privilegi ingiustamente goduti da molte categorie. Un giornale ci ha pubblicato una lettera indirizzata “Al miliardario ignoto, perché si converta”. Non so che fine abbia fatto questo messaggio nella bottiglia.

Tornando per un momento all’ARDeP, ricordo che di recente si è infoltito il gruppo di persone che collaborano con un dinamico presidente, così come il programma delle iniziative. Lo scopo ultimo è quello di informare, sensibilizzare, educare ad assumere atteggiamenti e comportamenti virtuosi nei riguardi della gestione delle risorse personali e di quelle pubbliche.  Per quanto è possibile si tratta di legare questi obiettivi a iniziative visibili e comprensibili, che colleghino alcune entrate dello Stato anche alla riduzione del debito. E’ stata presentata, per esempio, elaborata e concordata con alcuni parlamentari bipartisan una proposta di legge dal titolo: Nuove norme in materia di noleggio di opere d’arte di proprietà dello Stato.

Essa ha per obiettivo la valorizzazione delle opere d’arte che giacciono inutilizzate o sottoutilizzate in depositi museali o in altre sedi, promuovendo, attraverso il loro noleggio per un periodo decennale, l’arte e la cultura italiana nel mondo, contribuendo allo stesso tempo a ridurre il debito pubblico. La metà dei proventi andrebbe infatti al citato Fondo.

La caratteristica della proposta di legge è quella di utilizzare il meccanismo noto e ben rodato delle aste telematiche, per consentire a soggetti qualificati, in tutte le parti del mondo, la fruizione di opere d’arte, per motivi di studio o di promozione.  Al fine di allestire un’asta, nella quale l’unica variabile per l’aggiudicazione sia la più alta somma di denaro offerta, la proposta di legge prevede: (1) che gli offerenti alle aste telematiche debbano essere ammessi a partecipare, ai sensi delle regole da determinare con Decreto del Ministro dell’economia, previa verifica della garanzia assicurativa diretta a garantire sia l’ammontare da offrirsi in asta sia la copertura assicurativa circa il trasporto, la conservazione e la restituzione delle opere noleggiate per dieci anni; (2) che il canone di noleggio sia corrisposto mediante pagamento anticipato valido per tutto il periodo (cosiddetto pagamento una tantum) L’iter parlamentare della proposta non sarà facile, ma intanto si fornisce un esempio di valorizzazione incrociata di servizi e di riduzione del debito, sulla base della partecipazione di enti e privati.

In un prossimo convegno a Firenze, in collaborazione con un’associazione denominata Associazione art. 53, Scoca e Meucci, l’ARDeP affornterà il problema della riforma fiscale, questione imprescindibile per cambiare il rapporto fra cittadini e Stato.

Aiutare lo Stato con giustizia e generosità, perché lo Stato aiuti i cittadini con efficacia e con equità

Non c’è solo la sussidiarietà che va dall’alto verso il basso (per intenderci quella dell’art. 118 della Costituzione, che dice che “Stato, Regioni, Città metropolitane, province, Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”), ma anche quella che va dal basso verso l’alto, dai cittadini alle istituzioni, che vanno messe in grado di svolgere le loro funzioni.

Se la Lupa capitolina (chiedo scusa della metafora storico-zoologica) è spelacchiata e non dà latte, va bene picchiarla, come fanno giornalisti valorosi, che guadagnano una fortuna denunciando le malefatte dei politici, delle varie “caste” e dei pubblici profittatori (e un po’ meno quelle dei privati evasori), ma tocca anche ai mitici Gemelli fondatori di Roma, che dovrebbero essere un poco cresciuti, darsi da fare per mantenerla in vita. E’ questa un’immagine che vorrebbe superare la storica contrapposizione, almeno dai tempi del “particulare” di Guicciardini, fra Stato onnipotente e cattivo che tartassa i cittadini “mettendo le mani nelle loro tasche” e cittadini evasori e sfiduciati, che pensano ai fatti loro; e ancora la storica contrapposizione fra Nord e Sud, prima che si arrivi alle amputazioni minacciate dalle Leghe del Nord e in parte anche da quelle del Sud.

Un fisco equo, secondo il preciso dettato dell’art. 53 della Costituzione, nel nuovo contesto federalistico, non è solo un sogno. Dovrebbe far parte di un programma di lungo termine, per il quale la minuscola ARDeP s’impegna, fra momenti di viva speranza e momenti di sconforto, fin dal 1993, sia pure, all’inizio, con atti di “donazione” e di puro “volontariato fiscale”.  Era stata la crisi finanziaria del “settembre nero” 1992 a fornirci, come un lampo nella tempesta, la visione di un possibile naufragio, ossia della bancarotta di uno Stato incapace di pagare i suoi debiti. Con l’atto provocatorio e in qualche modo testimoniale del volontariato fiscale, si è dimostrata almeno una cosa: che una famiglia normale può vivere con uno stipendio ridotto del 10%, senza gravi danni. E che avere famiglie benestanti e magari ricche, con uno stato allo sfascio e a rischio di guerra civile e di perdita delle garanzie democratiche, come è successo in altri paesi, non significa certo essere buoni amministratori del proprio patrimonio.

La logica del debito e alcuni dati recenti del nostro Paese

Nessun pasto è gratis, notava l’economista Schumpeter. Chi non lavora, neppure mangi, diceva San Paolo. Eppure si può vivere anche senza lavorare. Una certa parte dell’umanità riesce a mangiare, o in virtù del reddito prodotto dal proprio lavoro o in virtù del reddito prodotto dal  lavoro di altri, passati e futuri. Un’altra parte dell’umanità soffre la fame o muore di fame, perché non ha risorse che le consentano di produrre o di procurarsi il necessario per vivere, o di vivere a spese degli altri.

Vivere del lavoro di altri significa, intuitivamente, vivere di elemosina, di solidarietà, di parassitismo mafioso o di rendita, sulla base dei beni prodotti o ricevuti in eredità, o vivere in vario modo, più o meno furbo (assomiglia a furto alle spalle di altri).

Non è immediatamente evidente che noi si possa vivere anche in virtù del reddito che sarà prodotto da altri nel futuro. Eppure questo è possibile con la dinamica dell’indebitamento.

Indebitandosi, si può vivere per un certo tempo al di sopra delle proprie possibilità, semplicemente rinviando nel futuro il rientro dal debito, e talora mandando il “conto da pagare” alle generazioni future. Questo vale, con un’analogia un po’ grossolana, per il bilancio familiare, per quello aziendale, per quello del Comune, della Regione, dello Stato, dell’Europa, del mondo intero.

Si può spendere per consumi o per investimenti, chiedendo prestiti a chi ha il potere, l’interesse, la volontà di concederli, sulla base di un tasso d’interesse pattuito o di un semplice atto di fiducia nel rimborso da parte di chi concede il prestito. Questo atto di fiducia vale nel caso di persone amiche, capaci di vivere in termini di solidarietà (ossia in solido, come se si fosse una persona sola), le vicende che affliggono uno di loro, senza necessariamente pensare alla rimunerazione degli interessi.

Indebitarsi per investire denaro vuol dire impegnarsi a produrre nuova ricchezza, con cui ripagare anche il debito. Nell’un caso e nell’altro, ossia nell’indebitamento per consumi e in quello per investimenti, non si può però procedere all’infinito, continuando a indebitarsi e a pagare elevati interessi, sperando che qualcuno continui a finanziare il debito crescente. Neanche lo Stato, che non contrae mutui come i privati, può permettersi di prescindere dai mercati: se questi smettono di comprare titoli di stato, il Paese diventa insolvente.

Esaminiamo da vicino il caso del debito pubblico, che è quello che legislatori e governanti ritengono di dover mettere sulle spalle dello Stato (e cioè dell’intera collettività nazionale), prendendo in prestito denaro da altri soggetti, individui privati, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (quali, in Italia, BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale ovvero a coprire il più o meno elevato deficit pubblico.

Il nostro debito pubblico è tra i più alti del mondo, perché per molti anni lo Stato ha speso più risorse di quelle che incassava con le imposte e con le tasse. I deficit annuali di bilancio e dei relativi interessi, accumulandosi, hanno prodotto un debito molto superiore a quello che lo Stato incassa annualmente. Dall’aprile 2008 il debito pubblico italiano è salito dai 1.663,9 miliardi di euro agli attuali 1.844,8 miliardi, corrispondenti al 118,5% del Prodotto interno lordo. Il valore di questo debito pro capite per ciascuno di noi 60 milioni di italiani è giunto a 30.746 euro. E’ una bella dote quella che lasciamo sulle spalle dei bimbi che nascono oggi. Per concorrere a pagare questo debito, bisognerà rinunciare a qualcosa d’importante, a volte essenziale: e si prospetta per le giovani generazioni un futuro incerto sul piano lavorativo e pensionistico. Siamo come genitori che sono andati al ristorante e hanno mandato i conti da pagare ai figli. Col prestigio dello Stato (che però viene costantemente valutato dai mercati per la collocazione dei suoi titoli di credito), con la garanzia dell’euro (anche questo non è inaffondabile) e con manovre accorte di uomini di banca e di governo, si può cercare di “spalmare” il debito negli anni futuri, perché non crolli la fiducia degli investitori e non si strozzino le persone. Ma non sappiamo con precisione fino a quando il sistema regga.  Quando il cammello è troppo carico, dice un proverbio arabo, basta una piuma a spezzargli la schiena.

Solo per interessi (tecnicamente si chiama “il servizio del debito”) si pagano circa 80 miliardi l’anno, corrispondenti al 4,8% del Pil. Le previsioni sono per un aumento del debito a oltre 1.900 miliardi, corrispondenti a oltre il 119% del Pil.

Per avere un’idea della consistenza di questa somma, basti pensare che l’intero sistema scolastico, universitario e della ricerca non arriva a 70 miliardi di euro. E si pensi a quanti interventi lo Stato potrebbe fare con questa somma, in  termini investimenti per incentivare la famiglia, il lavoro, la scuola, la ricerca, la giustizia, i servizi di sicurezza, le infrastrutture. Si aggiunga che l’evasione fiscale è stimata in 125 miliardi  e che la corruzione e la concussione sottraggono al denaro pubblico circa la metà di questa somma. Una recente inchiesta di Roberto Ippolito, Evasori: chi, come, quando, Bompiani , Milano 2009, racconta un malcostume talmente diffuso da non essere più nemmeno percepito. Anzi, che sembra perfino legittimato. Non si pensa ad un possibile affondamento della nave in cui siamo imbarcati, ossia a quello che gli economisti chiamano default: in termini tecnici è l’incapacità di un’emittente di rispettare le clausole contrattuali previste dal regolamento del finanziamento.

L’emittente in questione è proprio la nave Italia, che qualcuno vorrebbe che si spezzasse in almeno due parti, illudendosi di navigare meglio, senza zavorra.

Il recente volume di Jacques Attali formula previsioni assai oscure sui debiti pubblici . Mai, se non in tempo di guerra, il debito pubblico dei paesi più sviluppati e potenti è stato così alto. Riferendosi in particolare alla situazione dell’Italia, fa un’affermazione che rende ancor più necessario coltivare l’”utopia” della riduzione del debito: "la situazione dell'Italia è resa ancor più preoccupante dal fatto che la popolazione non sembra essere in grado, quando sarà il momento, di rispondere agli sforzi richiesti per diminuire drasticamente il livello del debito pubblico».

Ciò che è complesso e complicato capire in termini di macroeconomia, diviene più semplice se ci si limita ad alcune considerazioni elementari di sintesi relative al nostro intero ecosistema, il Pianeta verde azzurro rappresentabile come una navicella orbitante nello spazio. L’ONU stima che con questo ritmo di consumo dei beni ambientali (aria, acqua, foreste, prodotti della terra commestibili) nel 2050 avremo bisogno di due pianeti per conservare i livelli attuali dei nostri consumi. Cosa evidentemente impossibile, allo stato delle attuali conoscenze. Dire nostri è un eufemismo statistico, che nasconde da un lato la povertà estrema di e dall’altro l’aumento dei consumi di interi continenti, che cercano di procurarsi lo stesso tenore di vita di noi occidentali. Il discorso della sobrietà a questo punto diventa una necessità, più che una rara virtù. Bisogna per questo diffondere conoscenze, motivare, condividere e decidere a tutti i livelli, se si vuol dare un futuro a quella che Manzoni chiamava con ironia “la nostra riverita specie”.

Utopie, ideali, doveri

In questo scenario dilatato dallo Stato italiano al Pianeta, il sogno, l’utopia, gli ideali s’intrecciano fra loro, con la ragionevolezza e con la necessità. Etica e politica sono chiamate ad alimentare e ad orientare la ricerca scientifica e tecnologica, di per sé indispensabile, ma insufficiente a convincere le persone a comportamenti corretti e compatibili col sistema di bisogni crescenti e di risorse calanti. Un bambino con un coltello in mano non diventa con ciò stesso più “grande” e più saggio.

E’ nelle concrete circostanze di vita che si scoprono e si possono mobilitare le energie interiori e i diversi livelli di comprensione e di possibile trasformazione della realtà. Gli ideali sono quei principi-valori che ci consentono di contestare la pretesa assolutezza dell’immediato e del presente. Credere nel valore positivo e orientativo degli ideali è come aver avuto la possibilità di sintonizzarsi con “radio Londra” durante l’occupazione nazista; o come pregare in un campo di concentramento. E’ sapere o credere che Hitler non è eterno, anche se è sembrato, in un certo momento, l’onnipotente padrone del senso della storia.

Chi sa o crede queste cose non si rassegna a lasciarsi morire, ma tenta di immaginare vie di fuga. Se ha tempo e fantasia, si mette sognare, non in senso onirico, ma sulle ali del desiderio, della speranza, della fiducia nella non definitività del male.

Già Martin Luther King diceva che, se si sogna da soli, questo resta un sogno, ma se si sogna insieme, questo diventa realtà. Favorire questo sogno collettivo è un compito educativo importante, che interessa anche ai docenti, che dovrebbero avvertire l’importanza di far crescere persone capaci di capire, di adattarsi e di ribellarsi, di combattere e di cooperare in vista di un’umanità possibile. Non è facile convincere qualcuno a sognare, a meno che non si tratti del bambino figlio di Benigni, nel film La vita è bella. Il padre, internato con la famiglia in un campo di sterminio, convince il figlio, contro l’evidenza dei fatti, che tutta quella gente con cui condividono una vita miserabile, sta facendo una gara per vincere un carro armato. La fantasia e l’amore reggono fino ad un certo punto. Alla fine della guerra il bambino si salverà, con la sua mamma ritrovata per caso, ma il padre verrà sorpreso nel suo tentativo di fuga  e fucilato. Non ogni sogno si conclude come una fiaba poetica o come un canto disperato (“all’apparir del vero tu misera cadesti”, dice Leopardi pensando a Silvia).

Con la flebile luce dell’ideale, con la forza del sentimento, della fantasia e della ragione si formano quelle ipotesi di una possibile alternativa, che si chiamano utopie: costruzioni che non si trovano “in nessun luogo”, se non nella mente di chi le che ha formulate e nei libri in cui qualcuno le ha scritte. Quando vogliono darsi un apparato filosofico e scientifico, le utopie possono alimentare le ideologie.

“Eppur si muove”

Le ideologie sono mezzi potenti di creazione di movimenti, di legittimazione o di contestazione del potere, di creazione del consenso, ma sono anche pericolosi strumenti di mistificazione sia degli  ideali, sia della realtà. Le utopie che non dispongono di apparati ideologici e di poteri politici ed economici non creano danni come le ideologie. Possono essere studi di carattere astratto, tanto per evadere da questo mondo, o tentativi di socializzare i sogni e di confrontarsi con la realtà.

Scrivere nelle leggi positive i diritti umani sembrava impossibile. Eppure si è riusciti. Negli anni ‘50, quando si firmarono i trattati di Roma, l’euro era l’ipotesi di qualche studioso e fino alla metà degli anni ‘90 è stata ritenuta un’utopia nel senso peggiore dell’espressione. Stati che rinunciano alla sovranità giurisdizionale e alla sovranità monetaria erano per molti una cosa inconcepibile. Eppure ci siamo riusciti. Qualcuno ci credette, rischiò la reputazione, convinse altri, e una minoranza lavorò sodo per raggiungere l’euro, battendo sul tempo scetticismo e ostilità. Ciampi e Prodi sono tra questi. Le due Germanie si sono unificate, contro il parere di molti tecnici di allora, per il coraggio (qualcuno lo chiamava incoscienza) di Helmut Kohl. Anche lo statuto degli studenti per anni è sembrato impossibile, come l’autonomia scolastica. Eppure sono diventate leggi.

Le conquiste che producono grandi benefici sono assai costose, non si raggiungono mai in modo perfetto e per qualche aspetto deludono chi non ne valuta le ragioni di fondo, le alternative, il costo anzitutto in termini di fatica, d’incomprensione e talora di sacrificio della vita.  Basti pensare a quel “miracolo” che è stata l’unità d’Italia, di cui una corrente storiografica e diverse persone vedono ora solo gli aspetti negativi. Le utopie insomma qualche volta si realizzano, se si hanno intelligenza e coraggio sufficienti per cercare di tradurle nella realtà: non tutte le utopie sono buone e non tutte le cose buone trovano qualcuno che le elabori e le proponga come valori educativi e come obiettivi politici. Durante il Risorgimento è capitato.

Fra i protagonisti di quella stagione vorrei ricordare il mazziniano Giuseppe La Farina, che fu fra l’altro ministro della pubblica istruzione. A Firenze, sul lato nord del chiostro della Basilica di Santa Croce, è presente un monumento a lui dedicato, che riporta sul fronte la seguente iscrizione: "A Giuseppe La Farina - messinese - Amò il vero gli uomini la patria - patì dolori disinganni esili - operò con fede costante alle sorti nuove dell'Italia combattendo col braccio e coll'ingegno - soldato poeta istorico sostegno dell'italica gloria moriva il 5 settembre 1863 di anni 47 - alle vegnenti generazioni esempio imitabile". 

Se uno ci pensa da solo, o è un poeta o un genio o un emarginato. Pensare insieme cose non troppo difficili, che dividano, ma neppure troppo facili, che demotivino, può servire a trasformare il sogno in realtà. I ragazzi del Progetto Giovani di Agrigento scrissero in un cartellone: Non abbiamo strutture. Usiamo la testa. E quelli di Pordenone: Piggì, facce sognà. Anche questa era l’Italia degli anni ’90: il rovescio degli stereotipi che vogliono un Sud sognatore e fannullone e  un Nord gelido e razionale. Non era l’Italia degli evasori fiscali, dei mafiosi e dei secessionisti.

Nota bibliografica 

Ente Luigi Einaudi, Il debito pubblico in Italia: natura strutturale e politiche di rientro, Il Mulino, Bologna 1992

Paolo MAZZANTI, L’oro alla Patria. Dove si possono trovare Lire  Unmilioneseicentomila miliardi per risanare il bilancio dello Stato?, Sperling e Kupfer, Milano 1993

Gino CONCETTI, Etica fiscale. Perché e fin dove è giusto pagare le tasse, Piemme, Casale Monferrato 1995

Dino PESOLE, Il debito degli italiani, Editori Riuniti, Roma 1996

Tommaso PADOA SCHIOPPA, Il governo dell’economia, Il Mulino, Bologna 1997

Ignazio MUSU, Il debito pubblico, Il Mulino, Bologna 1998

Dino PESOLE, I conti in regola. L’Italia alla prova della moneta unica, Il Sole 24 Ore, Milano 2001

Roberto CARTOCCI, Diventare grandi in tempi di cinismo. Identità nazionale, memoria collettiva e fiducia nelle istituzioni tra i giovani italiani. Il Mulino, Bologna 2002

Luciano CORRADINI, La tunica e il mantello. Debito pubblico e bene comune Provocare per educare, Euroma, Roma, 2003

Luciano CORRADINI (a cura di) Cittadinanza e Costituzione. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale, Una guida teorico-pratica per docenti, Tecnodid, Napoli 2009

Jacques ATTALI, Come finirà? L’ultima chance del debito pubblico, Fazi Editore, Roma 2010

Luciano Corradini è professore emerito nell’Università di Roma Tre. E’ stato ordinario di pedagogia generale nelle Università di Milano Statale e di Roma La Sapienza, presidente dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI, sottosegretario alla PI nel Governo Dini col ministro Lombardi, presidente nazionale dell’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari) dell’UCIIM (docenti medi), Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte, Grosso d’oro del Comune di Brescia per il volontariato.

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