Luciano Corradini

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La Costituzione nella scuola: difficoltà e prospettive.

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Vicariato di Roma – Ufficio Pastorale Universitaria

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica italiana

in collaborazione con

Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca

La costituzione repubblicana

fondamenti, principi e valori, tra attualità e prospettive

Roma, 13-15 Novembre 2008

La Costituzione nella scuola: difficoltà e prospettive, a 50 anni dal decreto di Aldo Moro sull'educazione civica

Luciano Corradini –professore emerito di Pedagogia generalenell’ Università degli Studi Roma Tre

 

Il nesso fra Costituzione repubblicana, Dichiarazione Universale dei diritti umani, educazione e scuola

Il richiamo ai principi, ai valori, ai diritti e ai doveri presenti nella Costituzione della Repubblica Italiana (1947) e proclamati ad ambito mondiale nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948) non è né un rituale burocratico, né un espediente retorico, quando viene fatto a proposito della scuola e del suo compito di istruire e di formare le giovani generazioni.

Esso, frutto e seme di “memoria culturale”, serve a riconoscere che questo compito discende dal mandato che le Nazioni Unite da un lato e la Repubblica Italiana dall'altro hanno conferito a tutti gli uomini, ma in particolare alle scuole e, in esse, ai docenti, dopo le catastrofi della prima metà del Novecento. E’ il capovolgimento della prospettiva totalitaria e l’assunzione della prospettiva personalistica e democratica.

Tale mandato, con la relativa scommessa, o meglio sfida, è in certo senso il frutto di una drammatica scoperta, che ha reso possibile l'inizio di una nuova stagione, sul piano giuridico e sul piano politico: si capì cioè che questa stagione avrebbe avuto un respiro corto, se si fosse limitata a fissare norme generali, senza dedicarsi a coltivare quelle premesse di carattere educativo, etico e culturale, che consentissero una piena comprensione e il sostanziale rispetto del "patto costituzionale" da cui nasceva la Repubblica.


Sul piano mondiale, il “patto di convivenza planetaria” scritto nella Dichiarazione universale  presentava risvolti ancora più impegnativi, su cui forse non si riflette abbastanza.

Si legge infatti in questo solenne documento, al termine del Preambolo, che “l'Assemblea Generale proclama la presente Dichiarazione Universale dei Diritti Dell'Uomo come ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto…”

In sostanza si lega l’efficacia della Dichiarazione non tanto alla scienza, alla tecnica, alla forza, alla saggezza dei governanti e alla competenza dei docenti, quanto alla virtù di “ogni individuo e ogni organo della società”: e si deve notare che viene in tal modo evocata la virtù tipica dell’educatore, che è quella di sforzarsi “di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà”.

Questa virtù poi non si ferma al già difficile dialogo “persuasivo”, ma impegna chiunque a fare il possibile perché all’azione diretta e personale tengano dietro “misure progressive di carattere nazionale e internazionale”, volte ad ottenerne “l’universale ed effettivo rispetto” dei diritti e delle libertà che vengono citate negli articoli successivi.

E’ lecito domandarsi se si tratta di fiducia esagerata non solo nella società educativa, ma addirittura nell’individuo educatore. Si tratta forse di idealismo illuministico e di ottimismo romantico, o di realistica, quasi disperata consapevolezza che al disastro della guerra si era arrivati perché i poteri politici, amministrativi, culturali, ufficialmente educativi avevano in complesso tradito la loro funzione di orientamento e di governo della convivenza organizzata?

E’ un fatto che fra gli scritti più efficaci per far percepire l’assurdità della guerra, la dignità della persona e la ricchezza dei sentimenti umani, ricordiamo i diari di una fanciullina come Anna Frank, di una ragazza come Etty Hillesum e i pensieri dei giovani della Rosa Bianca, più dei volumi di dotti professori. Non è certo possibile affidarsi solo alla creatività dei profeti e dei poeti: basta però non fare neppure l’errore opposto, quello di puntare solo sui centri del sapere e del potere per risolvere problemi di senso della vita e di convivenza civile organizzata.

L’educazione come mistero e come dovere civico

Questa centralità è più proclamata e auspicata che effettivamente praticata. Essa è attività relazionale di carattere eminentemente personale, che scaturisce dall’interiorità delle persone, ma che non dà solitamente i risultati attesi senza un intreccio di relazioni, di istituzioni, di funzioni, di servizi e di poteri che rendono, se non sicuro, almeno più probabile il raggiungimento dei suoi obiettivi.

Il territorio non è solo uno spazio fisico, ma un ambiente umano, sociale e istituzionale, i cui titolari in tanto concorrono al raggiungimento degli obiettivi educativi, in quanto sono a loro volta colti, educati, capaci di svolgere un ruolo direttamente educativo o indirettamente educativo e perciò detto “educazionale”.

Per una visione comune e un’intesa operativa fra enti, nella giungla di leggi fatte e da fare che ora ci vincola o ci sprona all’azione, occorrono un ideario e un linguaggio comuni; ma anche la capacità di intuire che cosa sta sotto parole comuni e parole diverse, o comportamenti comuni o diversi, dato che a scuola vengono anche ragazzi e genitori di diverse lingue e culture. Preziosa in proposito è la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione (DM 27 aprile 2007 del Ministero dell’Interno)

La dignità della persona umana, base di diritti inviolabili e di doveri inderogabili, è un costrutto concettuale tanto semplice da pronunciare quanto difficile da precisare, da conservare nella coscienza e da praticare nella prassi: ed è, come l'esperienza dimostra, soggetto a "dimenticanza".

E' necessario perciò "ricordarlo", "ripulirlo" costantemente dalla "polvere" sollevata dalla storia e dalla cronaca quotidiana, per aiutarsi a riconoscerne la faticosa affermazione nel diritto e nel costume, la delicata bellezza e la precaria resistenza agli attacchi degli istinti, dei calcoli, degli interessi coalizzati e dell’indifferenza; e per esplorarne le implicazioni sul piano delle idee, delle istituzioni, degli atteggiamenti e dei comportamenti.

Ciò vale per tutte le istituzioni educative, che in pedagogia sociale si è soliti citare in un elenco aperto che comincia con la famiglia, la scuola, la chiesa, l’associazione giovanile, i mass media, il cui carattere potenzialmente educativo non implica che questi enti siano sempre educativi anche in atto. Talvolta sono un ostacolo anziché un aiuto al libero, informato e consapevole sviluppo della personalità dei ragazzi.

Ciò vale particolarmente in riferimento alla vita della scuola, e ai contenuti, ai metodi e agli stili d'insegnamento, che dovrebbero rendere possibile "insegnare e apprendere la dignità umana" e non solo le canoniche discipline scolastiche. Solo a questo titolo la scuola può perseguire efficacemente le due fondamentali finalità di tutto l'ordinamento della Repubblica, che sono "il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art.3 Costituzione).

Dalla Costituente all’educazione civica, nel nome di Aldo Moro: il dpr del 1958 come “incunabolo” di una scuola democratica, e i successivi sviluppi

La storia dell’educazione civica nella scuola della Repubblica ha il suo prologo nell’                                                          Assemblea Costituente (11.12.1947), dove fu votato all’unanimità, “con vivi prolungati applausi”, un odg presentato da Franceschini, Moro, Ferrarese e Sartor, in cui si chiedeva: “che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico nella scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sicuro retaggio del popolo italiano”.

In realtà ci fu un “indugio” di oltre dieci anni, fino a quando lo stesso Moro, divenuto ministro della PI, poté introdurre l’insegnamento delleducazione civica nelle scuole secondarie, con dpr 13.6.1958, n.585. Anche la ricerca di un “adeguato posto nel quadro didattico nella scuola di ogni ordine e grado” non è stata facile, e non lo è neppure oggi.

Quel decreto, il cui titolo denunciava un’incertezza bisognosa di approfondimento epistemologico e didattico, presentava l’educazione civica con riferimenti pedagogici, didattici e normativi che, nel loro complesso, non mi pare che abbiano perduto la loro attualità. Per questo è opportuno rivisitarli.

Secondo il dpr Moro-Gronchi, ’educazione civica: a) “con il primo termine, ‘educazione’, si immedesima con il fine della scuola e con il secondo, ‘civica’, si proietta verso la vita sociale, giuridica, politica, verso i principi che reggono la collettività e le forme nelle quali essa si concreta”; b) “se pure è vero che l’educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento, l’opportunità evidente di una sintesi organica consiglia di dare ad essa un quadro didattico, e perciò di indicare orario e programmi e induce ad insegnare per questo specifico compito il docente di storia”; c) occorre pensare all’utilizzo della “stessa organizzazione della vita scolastica come viva esperienza di rapporti sociali e pratico esercizio di dritti e di doveri”; d) l’educazione civica “si giova di un costante riferimento alla Costituzione della Repubblica, che rappresenta il culmine della nostra attuale esperienza storica, nei cui principi fondamentali si esprimono i valori morali che integrano la trama spirituale della nostra civile convivenza”.

La storia veniva ridenominata "Storia ed educazione civica": ma il voto era unico per le due materie, disponendo l’insegnamento di tematiche etico giuridico sociali di due sole ore mensili, sicché i suoi contenuti, pur previsti entro un contenitore curricolare “forte” come la storia, scivolarono lentamente nella marginalità, tanto da assumere quasi il carattere di appendice facoltativa, ininfluente sul profitto degli studenti. I nuovi programmi della scuola elementare (1985) e quelli della scuola media (1962 e 1979) diedero nuovo smalto al contenuto e al metodo dell’educazione civica, ma non riuscirono a riscattarla dalla marginalità.

Essa infatti non soddisfaceva ai criteri principali che giustificano il prestigio e la importanza di una materia scolastica, nel nostro contesto istituzionale e culturale. Tali criteri riguardano la tradizione accademica e scolastica, la fondazione epistemologica, la percezione sociale della rilevanza di un certo tipo di sapere sul piano culturale, lo spazio che le si concede nell’orario scolastico e l’influenza che esercita sulla carriera scolastica e sociale degli studenti.

Nel 1996, in base ad un voto unanime del CNPI, Consiglio nazionale della pubblica istruzione, e a due mozioni parlamentari, il ministro Lombardi affidò ad una commissione presieduta dal sottoscritto, allora vicepresidente e sottosegretario, il compito di ripensare il decreto Moro, alla luce degli eventi, dei documenti degli organismi sovranazionali, dall’UNESCO al Consiglio d’Europa all’OMS, per rinforzare l’educazione civica, anche sul piano curricolare, dando particolare rilievo alla nostra Costituzione.

Ne uscirono la direttiva 8.2.1996, n.58, che presentava l’ampio documento Nuove dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale,  e una bozza di decreto, contenente un “curricolo continuo di educazione civica e cultura costituzionale”: questo testo era stato discusso, emendato e approvato all’unanimità dal CNPI. Il decreto che sanciva questo nuovo curricolo non venne però mai alla luce, per la fine del governo Dini (17.5.1996).(1) I governi del Centro Sinistra si concentrarono sull’autonomia, sulla riforma dei cicli, sullo Statuto delle studentesse e degli studenti e sull’insegnamento del Novecento nella storia degli ultimi anni della secondaria, inferiore e superiore, lasciando in ombra l’educazione civica.

La legge Moratti del 2003 e i successivi sviluppi

La materia è stata ripresa dalla legge delega 53/2003 della Moratti, che parla all'art. 2f di "educazione ai principi fondamentali della convivenza civile". Le conseguenti Indicazioni nazionali relative al primo ciclo (dl 19.2.2004, n.59) articolavano la convivenza civile in sei “educazioni”: alla cittadinanza, alla sicurezza stradale, all’ambiente, alla salute, all’alimentazione, all’affettività e sessualità. Le prime tre sono relative alla realtà ambientale e alle leggi, le seconde tre sono relative agli aspetti esistenziali vissuti dai ragazzi.

La difficoltà di articolare in termini operativi un curricolo così complesso rese problematica questa parte delle Indicazioni, sospesa fra trasversalità e disciplinarità.  Non doveva trattarsi di altrettante materie, anche se si doveva in qualche modo valutarne l’esito e l’efficacia.

Nonostante l’impegno di molti, la proposta non ebbe fortuna, per la sua complessità, anche se di fatto in diverse scuole e in diverse direzioni provinciali e regionali dell’istruzione non si è mai perduto il contatto con le iniziative del Progetto giovani 93 e con le leggi relative all’educazione alla salute e all’educazione stradale. Sono infatti sopravvissuti molti “referenti” per l’educazione alla salute e alla circolazione stradale., nell’ambito di uffici per le attività educative, come succede a Milano.

Il ministro Fioroni, lasciando cadere le sei “educazioni”, non è andato incontro ad una sollevazione popolare. Qualcuno si rallegrò per la semplificazione del quadro didattico. Altri fecero notare con preoccupazione che in tal modo, nonostante le nobili affermazioni della premessa teorica (Cultura, scuola, persona), si facevano passi indietro rispetto al decreto Moro, togliendo anche un minimo spazio curricolare all’educazione civica e in particolare allo studio della Costituzione.

Cercò di reagire, fra gli altri, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, ricordando Aldo Moro e Gesualdo Nosengo, nel maggio 2008, raccomandò, in un telegramma al convegno dell’UCIIM, che “la Carta costituzionale e le sue disposizioni vengano sistematicamente insegnate, studiate e analizzate nelle scuole italiane, per offrire ai giovani un quadro di riferimento indispensabile a costruire il loro futuro di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri.”

Occorre perciò il coraggio di ripensare la Carta che fonda e orienta la convivenza civile, non come appendice facoltativa o come rituale richiamo ai “sacri principi”, dati per noti e rispettabili, anche se di fatto sono per lo più  ignoti e poco rispettati, ma come criterio guida per legiferare, per amministrare, per educare: e anche come materia da insegnare, sia pure in termini non specialistici.

Nell’insegnamento di tutte le materie, il “tesoro costituzionale”ci offre un menu (in senso informatico) di principi, valori, dritti, doveri, correlati a bisogni umani fondamentali, che possono validamente rispondere alle emergenze e alle miserie che affliggono la nostra vita sociale, a cominciare dalla vita della scuola. Le “carte di navigazione” da sole non ci garantiscono un viaggio sicuro, se il mare è in tempesta. Per questo sarebbe importante che le norme prevedessero anche un’adeguata “cabina di pilotaggio”, a livello di scuola autonoma e di consigli di classe, in cui il “capitano” potesse ragionare con i suoi “colleghi ufficiali”, raccogliendo dati e formulando collegialmente ipotesi e decisioni appropriate.

Fuor di metafora, occorre uno specifico tempo scuola per consentire ad un docente, sia egli di storia, di filosofia o di diritto, di sviluppare con perizia didattica l’insegnamento e l’apprendimento della Costituzione come disciplina autonoma, e di trovare intese con i colleghi, perché ciascuno concorra, come educatore e come titolare della sua disciplina, a quell’educazione civica, che una recentissima legge ha chiamato “Cittadinanza e Costituzione”.

La legge 30.10.2008, n169 come sfida acrobatica

A cinquant’anni dal dpr 13.6. 1958 n.585 firmato da Aldo Moro, il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 1° agosto 2008, su proposta del ministro Mariastella Gelmini, riproposto con alcune varianti come decreto legge il 1° settembre, e approvato con lievi ulteriori varianti dal Parlamento il 30 ottobre, come legge n 169, fra molte proteste del mondo della scuola, per la riduzione della spesa per l’istruzione prevista in alcuni articoli, ha inteso, ci sembra, riprendere e qualificare il disegno originario, lanciando una campagna di sensibilizzazione e di formazione degli insegnanti e una sperimentazione nazionale di “Cittadinanza e Costituzione”.

Eccone il testo:  “Art. 1.A decorrere dall’inizio dell’anno scolastico 2008-2009, oltre ad una sperimentazione nazionale, ai sensi dell’art. 11 del regolamento di cui al d.p.r. 8.3.1999, n. 275, sono attivate azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all’acquisizione, nel primo e secondo ciclo di istruzione, delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”, nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monteore complessivo previsto per le stesse. Iniziative analoghe sono assunte nella scuola dell’infanzia. Art. 1 bis. Al fine di promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale definito dalla Carta Costituzionale sono altresì attivate iniziative per lo studio degli statuti regionali. All’attuazione del presente articolo si provvede entro i limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”.

Non si negano, anzi si confermano, in un quadro di auspicabile maggiore robustezza istituzionale, le ragioni della trasversalità e il riferimento all’ intera vita scolastica come palestra di cittadinanza. Lo specifico oggetto della sperimentazione nazionale previsto dall’art. 11 del dpr 275/1999 dovrebbe, secondo il parere che il Gruppo di lavoro ministeriale sull’educazione civica ha proposto al Ministro, riguardare un insegnamento distinto, appunto denominato Cittadinanza e Costituzione, che si vorrebbe dotato di voto autonomo, articolato in 33 ore annuali, previste per l’intero curricolo scolastico, a partire da una scuola dell’infanzia qualificata anche in termini di educazione alla cittadinanza (si tratta evidentemente di un “seme che aspira alla pienezza del suo sviluppo”, secondo l’espressione di Rosa Agazzi), com’era nel disegno di legge del 1° agosto, poi abbandonato.

Naturalmente un progetto di questo genere non è privo di difficoltà, per di più in un periodo di crisi economico-finanziaria e di contrazione degli organici. D’altra parte la legge parla di assicurare conoscenze e competenze, nell’ambito del monteore complessivo previsto per le aree storico geografica e storico sociale e delle risorse disponibili a legislazione vigente. E affida la questione alla sperimentazione nazionale “in vista della modifica degli ordinamenti”, secondo il dettato dell’art. 11 del dpr 275. (2) La sperimentazione non è obbligatoria per le scuole, ma per quelle che la accettano, sia pure nell’ambito delle limitazioni orarie attuali, costituisce un’opportunità per appoggiare su esperienze reali e su dati certi la decisione di passare o meno ad ordinamento la materia, uscendo dal dibattito astratto fra “disciplinaristi” e “trasversalisti”.  

Si potrebbe rispondere in tal modo alle emergenze denunciate dalla ricerca sociale e dai mass media, non in termini improvvisati sul piano delle emozioni del momento, ma con consapevolezza critica dei compiti della scuola, dei suoi limiti e delle sue potenzialità, con riferimento a quello che di fatto succede nelle scuole, comprimendo materie come storia e geografia, o meglio utilizzandole in una prospettiva diversa, per giungere a scoprire le potenzialità formative dei principi e delle norme della Carta e per approfondirli nel corso dell’età evolutiva.

Alcuni pensano che, se le 33 ore annuali non sono aggiuntive, ma sottratte alle materie esistenti, si vogliano “fare le nozze con i fichi secchi”.

Si può rispondere che, se c’è amore vero, si può sposarsi anche senza la torta nuziale, trovando per di più ospitalità nella casa della mamma, in attesa d’aver una casa propria. Inoltre questa mamma accogliente   (quasi sempre la storia) deve ospitare la nuova nobile famiglia (Cittadinanza e Costituzione), senza ricevere i soldi per l’affitto o qualche stanza in più. E tuttavia può sentirsi onorata di svolgere questo ruolo di ospitalità, generatrice di futuro. L’emergenza non c’è solo nella città dell’Aquila, dopo il terremoto, ma anche nella società, nell’economia e nella scuola. La sfida della sperimentazione sta nel provare a se stessi, agli studenti ai genitori e ai cittadini, che la qualità e il senso del proprio lavoro meritano sacrifici di varia natura. Ma non è detto che il monteore di C&C debba essere gestito in modo rigido e uniforme per tutto l’arco della vita scolastica. Si tratterebbe intanto di non abolire, nei bienni delle scuole superiori, l’insegnamento di diritto ed economia, previsto finora dalla “sperimentazione Brocca”, come risulta da alcune bozze dei nuovi regolamenti.

Si tratta in sostanza di offrire ai giovani, nell’ambito delle conoscenze e delle competenze necessarie per lo sviluppo dei singoli e della collettività, un aiuto specifico a conquistare le competenze civiche e sociali necessarie per vivere  una cittadinanza attiva, secondo la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006.  Queste competenze di cittadinanza si vedono e si costruiscono meglio, avendo nella scuola non solo la possibilità di studiare il testo della Costituzione, ma anche di tenerlo presente, magari con appunti e cartelloni, come sfondo integratore di tutte le discipline. Questo testo non va fatto studiare per fare in ogni scuola degli avvocati, o dei politici di professione, ma per fare dei cittadini “praticanti”.

Fare bene scuola, in clima di autonomia, non significa insegnare tutto quello che è desiderabile, in modo esplicito, e neppure confinarlo nel libro dei sogni, ma tenere in vista e attivare, in classe e nelle assemblee, quei “discorsi” e quelle “attività” che rispondono a bisogni che via via si manifestano nella vita scolastica, in riferimento alla formula illuminante della dignità umana, dei doveri e dei diritti che la Costituzione riconosce, tutela e richiede, come condizioni per non ricadere nella dittatura e nella guerra: condizioni che vanno anche “insegnate” con dignità di materia, perché la Costituzione stessa abbia piena “cittadinanza” nella scuola che proprio in virtù della Carta è istituita, legittimata e riconosciuta come autonoma, nell’ambito dell’ordinamento.

Un’esplorazione di questa problematica è stata affrontata di recente da un gruppo di docenti di diverse discipline, in un volume a cura di chi scrive, citato nella nota 2.

Concludo con la battuta di Beppe Severgnini, scritta sul Magazine del Corriere della Sera il 10 luglio 2008: “Fossi il Gel-ministro dell’istruzione, introdurrei tre ore settimanali di educazione civica (una materia che ora non esiste più). Così, magari, ricuperiamo la prossima generazione. La nostra, temo, è andata”.  .

(1) L’iter di elaborazione e di approvazione di tale curricolo e del documento allegato alla direttiva 58, dal titolo Nuove dimensioni formative, educazione civica e cultura costituzionale, ha visto all’opera due successive commissioni ministeriali, una più impegnata sul piano culturale, l’altra sul piano tecnico, e due successivi pareri unanimi di approvazione da parte del CNPI, che si era attivato con una pronuncia di propria iniziativa, in risposta ad una mozione parlamentare (primo firmatario on. Del Gaudio) che impegnava il Ministero a promuovere lo studio della Costituzione. La caduta del Governo Dini impedì il passaggio ad ordinamento dei nuovi programmi, ma il successivo ministro Berlinguer inviò alle scuole la direttiva 58, considerandola strumento utile per la programmazione annuale delle attività didattiche. La documentazione relativa è reperibile in L.Corradini, G.Refrigeri (a cura di) Educazione civica e cultura costituzionale, La via italiana alla cittadinanza europea, Il Mulino, Bologna 1999. Sulla serie delle circolari dedicate all’educazione alla salute e ai Progetti Giovani e Ragazzi 2000, rinvio a L.Corradini e P. Cattaneo, Educazione alla salute, La Scuola, Brescia, 1997

(2) (Nota del dicembre 2009) I termini sperimentazione e innovazione sono entrambi adottati, direttamente o indirettamente, dalla legge 169/08, così come i termini insegnamento e disciplina sono entrambi adottati dal Documento d’indirizzo per la sperimentazione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, firmato dal Ministro Gelmini il 4 marzo 2009. Prevista con urgenza nel 2008 e rinviata di un anno, anche su parere del CNPI, la sperimentazione è stata sollecitata dal bando di concorso rivolto a tutte le scuole italiane da parte dell’ANSAS, (Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica), per conto del MIUR. Tale bando è caratterizzato da grande apertura di prospettive e disponibilità ad accogliere “buone pratiche” in gran parte già fiorite nell’attuale ordinamento, e di per sé non bisognose di sperimentazione. Questa interpretazione, che passa sotto silenzio l’art. 11, ha suscitato da un lato perplessità e disappunto, dall’altro compiacimento per la mancata esplicita attivazione, da parte del Ministero, del percorso sperimentale previsto. Ogni innovazione costa qualche prezzo, anche relativo alla formazione dei docenti e non voler pagare certi prezzi non è il modo migliore per attrezzarsi di fronte alla complessità, all’interculturalità e alla crisi conclamata di legalità e di civismo. Per i futuri docenti di storia, non sarebbe male introdurre un insegnamento di diritto costituzionale e uno di economia.

Di fatto la mobilitazione che si è avuta nelle scuole, con la presentazione all’ANSAS di progetti provenienti da 4366 unità scolastiche, elaborati in tempi assai ristretti, a ridosso degli scrutini finali, indica l’esistenza, oltre ogni previsione, di interesse e di disponibilità delle scuole ad impegnarsi sul terreno della cittadinanza e della Costituzione, anche se la maggioranza di loro non sarebbe poi risultata vincitrice del premio in denaro previsto dal bando (poi assegnato a 104 scuole o reti di scuole). Questa partecipazione al processo innovativo fornisce comunque un’occasione storica per affrontare la sfida di una sperimentazione sui generis. Si potrà forse capire se, tra le tante cose buone che si muovono nelle scuole, ci sono soggetti disponibili a prendere seriamente in considerazione C&C non come intrusa, che toglie spazi “seri” e pretende di monopolizzare tutti i valori civici e sociali, o come vago discorso, aperto a tutte le prospettive, e in pratica a nessuna, ma come orizzonte di senso trasversale e insieme come denso e preciso contenuto culturale, meritevole d’essere proposto agli studenti anche per mezzo di una esplicita “nuova disciplina”, catalizzatrice delle valenze educative che sono già, talora inconsapevolmente, presenti nelle discipline scolastiche canoniche.

Lo sviluppo di queste argomentazioni e dei relativi esempi in didattica di quasi tutte le discipline scolastiche, si può vedere in: Luciano Corradini (a cura di) Cittadinanza e Costituzione. Disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale. Una guida teorico-pratica per docenti, Tecnodid, Napoli 2009.

Il volume reca in prima pagina una lettera prefatoria (Roma, 21.10.2009), del Capo dello Stato Giorgio Napolitano che fra l’altro afferma: “Offrire un efficace strumento di lavoro sul piano scientifico e su quello didattico costituisce una preziosa opportunità per la più ampia conoscenza dei principi che la Costituzione pone a fondamento della convivenza civile e per promuovere una consapevole partecipazione delle nuove generazioni alla vita democratica del Paese”.  Riconosciuto che la legge 30.10.2008 n.169 “ha introdotto nelle nostre scuole l’educazione alla cittadinanza e l’insegnamento della Costituzione”, manifesta gratitudine e sostegno “agli autori che in questo libro analizzano l’avvio della sperimentazione didattica della nuova disciplina, in vista del suo passaggio ad ordinamento”. 

Luciano Corradini

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Febbraio 2014 01:38  

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