Luciano Corradini

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La gratitudine: problema e soluzione dei rapporti tra padre e figlio in Pinocchio.

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Abstract per "Le nuove frontiere della scuola", n.29/2012

Per riflettere intorno al concetto di gratitudine, che è anche un sentimento fondamentale per la stabilità e la qualità delle relazioni umane, un sentimento la cui carenza può essere causa di lacerazioni e di sofferenze, o addirittura di sollievo, per la liberazione da sentimenti di colpa e di soggezione che potrebbe consentire, l’A. utilizza la trama di un capolavoro della letteratura mondiale, assai noto, ma non altrettanto compreso e valorizzato nella sua struttura profonda.

Si tratta di Le Avventure di Pinocchio, di Carlo Collodi (1826-1890), di cui si propone una lettura psicopedagogica, che da un lato consenta una fruizione anche estetica della dinamica relazionale interna alla fiaba, condotta dal Collodi con genialità, partecipazione ed ironia, dall’altro una meditazione utile a comprendere la complessità e la  densità dei rapporti fra paternità, filialità e maternità, a partire da una improbabile eppur tanto umana famiglia d’un burattino che diventa ragazzo. 

Premessa

Un tòpos dei componimenti scolastici dei bambini e delle letterine di Natale da mettere sotto il piatto al proprio padre è stato per secoli il riferimento alla gratitudine verso i genitori. “A scuola voglio fare il bravo e prendere bei voti, per far contenti i miei genitori, che fanno tanti sacrifici per me”. Erano per lo più le mamme e le maestre a suggerire ai bambini queste espressioni, per educare i loro sentimenti, a cominciare dalla conoscenza di aspetti che di solito sfuggono all’egocentrismo infantile.

Si trattava di richiamare l’attenzione dei piccoli sui “sacrifici” che i grandi fanno per loro, ossia sul fatto che il “mantenere, istruire ed educare i figli”, secondo il linguaggio che sarebbe poi entrato nella nostra Costituzione, è anche un dono, che implica un costo e che merita un riconoscimento e un comportamento di riconoscenza: si tratta in fondo di giustizia, di una disponibilità a “ricambiare”, ossia a fare in contraccambio ciò che gli adulti si aspettano dai piccoli.

Se loro fanno tanto per te, dicevano in sostanza al bambino e al ragazzo, che cosa fai tu per loro?  Li fai soffrire, li fai arrabbiare, dai loro dispiaceri, come Pinocchio, che pensa a divertirsi, mentre suo padre ha venduto la giacchetta per comprargli l’abbecedario e per consentirgli di studiare? La questione non è però così semplice come appare a prima vista. Ci aiuterà in proposito proprio una rapida rilettura selettiva di questo capolavoro della letteratura mondiale, a torto  relegato fra la letteratura per ragazzi e quasi per nulla valorizzato nella scuola, come se si trattasse di un’invenzione bislacca, ridotta a una sorta di moralismo grondante di crudeltà.

Pinocchio nei sogni di Geppetto

In realtà Geppetto aveva voluto quel figlio, perché fosse “un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino”.

Dunque riteneva ovvio e legittimo che i genitori si attendessero l’aiuto che avrebbero potuto ricevere dai figli, intesi come “bastoni per la loro vecchiaia”, e che i figli fossero contenti di venire al mondo e di avere un debito di riconoscenza verso i loro genitori. Nella fiaba collodiana, che è anche una grande allegoria pedagogica, le cose invece andarono diversamente.

Pinocchio infatti, quando era ancora dentro un pezzo di legno, cominciò a canzonare suo padre, chiamandolo Polendina, non appena Geppetto ebbe dichiarata la sua intenzione di fabbricarsi da sé un bel burattino di legno, e continuò a far dispetti al povero falegname, non appena fu in grado di fare occhiacci e boccacce. Investito da questo tono “insolente e derisorio”, Geppetto “si fece triste e malinconico, come non era stato mai in vita sua”.  Dopo aver costruito le mani al figlio-burattino, sentì portarsi via la parrucca dal capo e reagì con questo amaro rimprovero: “Birba d’un figliolo, non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre? Male ragazzo mio, male. E si rasciugò una lacrima”

La delusione per la mancanza di rispetto e di gratitudine

Il rispetto che si attendeva dal figlio, lui che era solo un povero falegname proletario, è il riconoscimento della dignità che gli viene dall’essere autore della vita del figlio. Questo riconoscimento è la premessa per la riconoscenza e per la gratitudine.

La gratitudine è un sentimento di  affettuosa riconoscenza per un beneficio o per un favore ricevuto, e di sincera disponibilità a contraccambiarlo.

E’ grato colui che mantiene un ricordo costante e cordiale del beneficio ricevuto: a cominciare da quello della vita. Ma con Pinocchio questo processo interiore non ha funzionato. E Geppetto piange, perché il sogno si è rotto, e quello che doveva essere l’incanto di un incontro faccia a faccia con la propria creatura, si frantuma in una serie di dispetti e di tentativi per lo più vani di correre ai ripari. Non la solenne e armoniosa scena della michelangiolesca Cappella Sistina, dove il Creatore suscita, ossia chiama all’essere la sua splendida Creatura, che lo guarda negli occhi, ma un doloroso litigio.

Appena ha le gambe, Pinocchio scappa di casa. Un carabiniere lo ferma e lo riconsegna a suo padre, che tenta di riportarlo a casa  per “fare i conti” con suo figlio, mettendo le cose a posto. Ma Pinocchio si butta per terra e non vuol saperne di tornare a casa. La gente discute sul caso e finisce per dare la colpa al padre, che viene portato in prigione da un carabiniere, che non manca mai nelle disavventure di Pinocchio, e si lamenta sconsolato: “Sciagurato figliolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Mi sta a dovere. Dovevo pensarci prima!”.

La sofferenza per la mancata gratitudine di Pinocchio porta Geppetto a  pentirsi d’averlo messo al mondo.  Ma ora è troppo tardi e bisogna gestire questa imprevista relazione problematica. Secondo l’invenzione di Collodi non è tanto il povero Geppetto a riprendere in mano la situazione  per educare suo figlio alla riconoscenza e alla responsabilità, anche se non cessa di amarlo e di attenderlo, ma quel processo che avviene nello stesso Pinocchio, attraverso una serie di drammatiche peripezie. E’ la dura realtà che educa e che induce un burattino scapestrato ma di buon cuore a riscoprire dentro di sé la “voce orientante” del padre.

L’inizio del “viaggio di liberazione”, fatto di ribellione, di propositi falliti e di pentimenti

Questo “viaggio interiore” comincia con l’incontro del burattino, candidato a diventare uomo, col Grillo-parlante. Appena ascoltata la sua vocina sentenziosa e minacciosa, Pinocchio vorrebbe cacciarlo subito di casa, perché non sopporta la sua “gran verità”, e cioè che “i ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna….dovranno pentirsene amaramente”. Sicché gli lancia un martello contro, e il Grillo rimane “lì stecchito e appiccicato alla parete”.

La gioia per la liberazione dalle prediche del Grillo dura poco, perché Pinocchio comincia ad avvertire i morsi della fame: e questi risvegliano in lui  i rimorsi della coscienza: “Il Grillo parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa”. E’ la dura lezione della realtà, che in mille modi proverà a convincere Pinocchio che al mondo non si può fare quello che vuole, che non si è onnipotenti, che bisogna sapersi adattare.

Anche questa lezione però non s’impara una volta per tutte. Un po’ ingenuo, un po’ scansafatiche, un po’ imbroglione e bugiardo, Pinocchio sembra a volte sincero nel riconoscere i suoi errori e nel pentirsi della sua disobbedienza: “Io sono più buono di tutti e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un’arte e che sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia”.

Geppetto si commuove, gli rifà i piedi che s’erano bruciati nel fuoco e Pinocchio, colmo di gioia, promette: “Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, voglio subito andare a scuola”. Il legame tra il dovere di studiare e la gratitudine verso il genitore è chiaro, ma questo non basta. Geppetto vende la casacca per comprare l’abbecedario e spiega al figlio che l’ha venduta perché sentiva caldo, anche se fuori nevicava.

“Pinocchio capì questa risposta a volo e non potendo frenare l’impeto del suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso”. Non basta ancora. Uscendo di casa, Pinocchio comincia a fantasticare e a prendere impegni con se stesso: a scuola imparerà, poi guadagnerà e potrà comprare a suo padre “una giacca tutta d’argento e d’oro e coi bottoni di brillanti”.

La gratitudine non è solo una questione di conoscenza intellettuale e di coscienza morale, ma è anche una questione di cuore. E Pinocchio ha il cuore buono, è sensibile e ha un sincero desiderio di manifestare la gratitudine verso suo padre. Non ha però ancora costruito il suo carattere, ossia una struttura personale capace di esercitare le virtù cardinali, che sono, come noto, la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza: virtù che darebbero consistenza al suo desiderio di mostrare la sua gratitudine al suo babbo, nelle diverse circostanze della vita.

Purtroppo invece, per citare una battuta di Oscar Wilde, Pinocchio resiste a tutto meno che alle tentazioni: sente un suono gradevole di lontano, che annuncia l’arrivo del Gran Teatro dei burattini e non vuol perdere l’occasione. A scuola andrà domani. Non ha la prudenza dell’astuto Ulisse, che si era fatto legare dai suoi uomini, per poter ascoltare il canto delle sirene senza cedere alla tentazione di buttarsi in mare. Pinocchio invece “si butta”, ossia si riduce a vendere il suo prezioso abbecedario per avere i quattro soldi necessari a comprare il biglietto d’ingresso al Teatro. Per buona ventura, con la sua bontà una volta tanto eroica intenerisce il burbero Mangiafuoco, padrone del Teatro (si offre di esser bruciato al posto di Arelcchino, per far cuocere la cena del burbero omaccione), e ottiene in dono cinque monete d’oro per il suo povero babbo. Ma le sue peripezie non sono ancora finite.

Per una serie di disavventure quei soldi non arriveranno a Geppetto, ma Pinocchio nei momenti difficili non dimenticherà mai il suo babbo. Pensa ancora a comprargli una giacca tutta d’oro e d’argento e a ricomprarsi l’abbecedario. Rifiuta anzi la proposta fattagli dalla Volpe e dal Gatto, d’andare a moltiplicare i suoi zecchini, con questo ragionamento: “…voglio andarmene a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha sospirato ieri a non vedermi tornare. Purtroppo io sono stato un figliolo cattivo, e il Grillo parlante aveva ragione….”.

La Volpe e il Gatto, la tentazione del denaro facile e la scoperta dell’onestà

Nonostante questi saggi pensieri, rinforzati dal Merlo bianco, e poi dal ritorno in scena di un umbratile Grillo parlante, che lo consigliano di non dar retta ai cattivi compagni, Pinocchio finisce per cedere alle lusinghe dei due malandrini. Si fa prima spennare all’Osteria del Gambero rosso, poi inseguire dagli assassini, si fa salvare dalla Fatina dai capelli turchini, che provvede a farlo curare da tre medici sapientoni, nonostante i suoi capricci di fronte alla medicina amara e le sue bugie che gli allungano il naso.

I capricci si placano di fronte all’arrivo di una bara per il suo funerale, trangugia la medicina e s’incammina di nuovo verso casa; ma poi, nota Collodi, “finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore”.

E cioè seguì i consigli della Volpe e del Gatto, seppellì le monete nel Campo dei miracoli, sperando che si moltiplicassero come i fagioli, fu derubato, denunciò i ladri e fu messo in prigione, perché la Giustizia, pensa ironicamente Collodi, come del resto Manzoni, funziona quasi sempre alla rovescia.

In realtà a Pinocchio non mancava il cuore, ma di certo un “fil di giudizio”, ossia di esperienza, di conoscenza del mondo e di maturità affettiva e morale. Stupisce però che il burattino sia già capace di fare una sorta di autodiagnosi. Visti tutti i guai che gli sono capitati per non aver dato retta a persone più giudiziose, dichiarata la sua vergogna di fronte al suo babbo e alla Fatina, da cui ha ricevuto “tante attenzioni e tante cure amorose…e pensare che, se son sempre vivo lo debbo (sottolineatura mia) a lei!”, si domanda con sgomento: “Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?”.

Qui evidentemente Collodi vuol sottolineare il legame profondo che esiste fra la maturità umana, la coscienza morale e la gratitudine verso chi ci ha fatto del bene e si attende da noi un comportamento di riconoscenza.

Pinocchio in realtà si manifesta non solo come il monello ingrato e scapestrato che conosciamo, ma anche come un bambino saggio che sta crescendo dentro il burattino. Tanto è vero che, messo una notte a guardia del pollaio, al posto di Melampo, cane da guardia di un contadino da cui era stato scoperto mentre stava rubando dell’uva, Pinocchio si comporta da persona moralmente ineccepibile: infatti rifiuta il patto con le faine ladre organizzate, che vorrebbero il suo silenzio, per poter mangiare in pace le galline, dando a lui una sorta di tangente sul bottino.

Pinocchio finge di stare al gioco, ma poi abbaia proprio come un cane onesto, a differenza di Melampo, che stava al gioco delle faine, e denuncia al contadino la proposta indecente che ha ricevuto: “Perché bisogna sapere che io sono un burattino, che avrà tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta!”.

Sensi di colpa e rimorsi di coscienza: il volo alla ricerca del padre scomparso

I guai però, per dirla col Manzoni, non accadono solo “perché ci si è dato cagione”, ma anche per colpa del fato o di punizioni troppo severe inflitte ai ragazzi. Così accade che Pinocchio trovi, al posto della casina bianca dove aveva incontrato la Fatina, la lapide di una tomba, su cui è scritto che “la bambina dai capelli turchini è morta di dolore, per essere stata abbandonata dal suo fratellino Pinocchio”.

Schiacciato dal senso di colpa, Pinocchio si dispera: “perché invece di te non son morto io, che sono tanto cattivo mentre tu eri tanto buona? Se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci…”. Intanto arriva un grosso Colombo che gli parla di suo padre: “Quel pover’uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo”.

Geppetto non si è rassegnato per la perdita del figlio e va a cercarlo in capo al mondo. A questo punto Pinocchio sale sul Colombo e vola a sua volta per ritrovare il padre. Giunge proprio quando la barchetta del vecchio è ormai lontana nel mare in tempesta. Il figlio che, “ritto sulla punta d’un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli molti segnali”, mentre questi sembrava riconoscerlo, perché si levava il berretto anche lui, è una delle figurazioni più belle e più drammatiche del bisogno di un dialogo che si è interrotto per una inconsapevole e superficiale ingratitudine, e che da entrambe le parti si cerca di ricostruire.

Nonostante la tempesta, Pinocchio si butta in mare e nuota una notte intera, alla ricerca del padre. Chiede notizie e parla in questo modo a un delfino che nuotava per i fatti suoi: “Gli è il babbo più buono del mondo come io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare”.  Riconoscere d’essere cattivo non significa esser capace di fare sempre il buono. Per esempio non gli va di lavorare; rubare ha capito che non si deve; e anche a chiedere l’elemosina non si rimedia qualcosa da mangiare. Una donna s’impietosisce di lui e gli promette pane, cavolfiore condito e un bel confetto. Questa donna è la Fatina rediviva, che si proclama la sua mamma e che a sua volta gli chiede di “diventare un ragazzino per bene”.

Le promesse alla Fatina-mamma e la tentazione di cedere all’invito del gruppo di amici discoli

Pinocchio è lieto d’avere finalmente una mamma e le promette: “Io studierò, lavorerò, farò tutto quello che mi dirai, perché, insomma la vita del burattino mi è venuta a noia e voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Me l’hai promesso, non è vero?”. “Te l’ho promesso e ora dipende da te.”

I buoni propositi di un Pinocchio divenuto ormai uno scolaro modello, s’infrangono di fronte al gruppo dei cattivi compagni che lo inducono a lasciare la scuola per un giorno, per andare al mare, a vedere un pescecane grosso come una montagna. “Devi prendere a noia anche tu la scuola, la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi nemici”. Pinocchio non cede sul principio, ma li segue sulla spiaggia, dove scoppia una rissa, con lancio di libri, uno dei quali colpisce alla testa un ragazzo di nome Eugenio.

Arrivano i carabinieri, acciuffano Pinocchio, che riesce a fuggire, ma viene ripreso dal cane Alidoro. Fugge di nuovo, tuffandosi in mare, mentre il cane per inseguirlo rischia di annegare. Pinocchio lo salva. Di lì a poco il burattino verrà pescato nella rete di un terribile Pescatore verde, che sta per metterlo in padella, quando Alidoro compare di nuovo, questa volta per salvare il suo salvatore: qui la gratitudine ha funzionato a meraviglia.

Non ha funzionato invece la promessa di andare a scuola, sicché il ritorno a casa dove abitava la Fatina-mamma è piuttosto problematico: Pinocchio dovrà vegliare una notte, in attesa che si apra la porta di casa, perché la Fata dorme e non vuol essere svegliata. Finalmente la sua portiera, la signora Lumaca, scende lentamente le scale con un lumino sul capo e gli apre, ma Pinocchio è ormai sfinito e sviene, per la stanchezza e per la fame.

La festa per il rinsavimento e la proposta sconvolgente di Lucignolo

Si risveglia sdraiato su un sofà, con la Fata accanto. Viene perdonato e questa volta “mantenne la parola per tutto il resto dell’anno”, risultando alla fine il più bravo della scuola.  A questo punto la Fata gli assicura che l’indomani lui finirà di essere un burattino e diventerà un ragazzino per bene. Gli promette una festa con panini imburrati di sopra e di sotto. Pinocchio va per le strade a fare gli inviti. Il guaio è che fra i suoi amici il più caro era un certo  Lucignolo, che per somma sfortuna era anche il più svogliato e birichino di tutta la scuola e stava per partire “per un paese…che è il più bel paese di questo mondo”: “il Paese dei balocchi”.

Qui la tentazione diventa formidabile e Pinocchio ricorre a tutta la forza della sua anima per resistere: “ E’ inutile che tu mi tenti! Ormai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio e non voglio mancare alla parola!”.

Ma poi un pensiero gli rode dentro: e se fosse l’occasione della sua vita? Se fosse vero che in quel beato paese non vi sono scuole, e le vacanze vanno da gennaio a dicembre? Questa volta è Lucignolo che lo interroga: “E se la Fata ti grida?” gli chiede. Risposta apparentemente gelida: “ Pazienza, la lascerò gridare”. Qui in Pinocchio il volto e i sentimenti della Fata-mamma si annebbiano, la responsabilità, che è il dovere di rispondere a qualcuno, non funziona più e la gratitudine perde la sua forza orientante. Di fronte a una promessa di beatitudine a buon mercato, Pinocchio pensa di poter fare un balzo verso il suo futuro, liberandosi dagli impacci del passato e anche dalle persone che più gli sono care, per il bene che gli hanno fatto e per gli insegnamenti che gli hanno trasmesso. Assomiglia a certi viaggi verso la droga dei nostri tempi.

Verso il Paese dei Balocchi

Finalmente arriva il carro trainato da dodici pariglie di ciuchini, che hanno scarpe al posto degli zoccoli, guidato “da un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona”. E’ straordinariamente efficace questa personificazione della tentazione di liberarsi dai legami di questo mondo, alla ricerca di una felicità gratuita, in cui non dover dire grazie a nessuno.

Vedendo che il carro era già tutto pieno di ragazzetti pigiati, che non potevano quasi respirare, ma non si lamentavano in attesa di arrivare nel Paese della cuccagna, Pinocchio ha un sussulto di rimorso e dichiara all’omino che non parte più, che vuol rimanere e farsi onore a scuola, “come fanno tutti i ragazzi per bene”.

Tutti i ragazzi “per male” però lo invitano a salire sul carro. Pinocchio sospira tre volte, poi decide di partire, accettando il posto a cassetta lasciatogli dall’omino. Il viaggio è tutt’altro che tranquillo, perché Pinocchio sente di lontano una vocina che lo rimprovera e gli predice “una fine disgraziata”, mentre un ciuchino piange come un ragazzo, perché l’omino con un morso gli ha staccato un orecchio. Non è un bel modo per condurre i ragazzi nel Paese di bengodi. Finalmente si arriva alla mèta agognata e i ragazzi fanno baldoria tutto il giorno, per cinque mesi. Poi Pinocchio scopre d’avere orecchi asinini, come Lucignolo.

La metamorfosi asinina: umiliazione nel circo e resurrezione in fondo al mare

La metamorfosi rivela le terribili conseguenze del taglio che Pinocchio ha fatto con suo padre, con la Fata, con la scuola e con la realtà di tutti i giorni.

Come asino, viene venduto al padrone di un Circo, che lo addestra a suon di frustate per un grande spettacolo.  Saltando il cerchio, diviene “azzoppito” e per questo è venduto ad un altro padrone, che vuole utilizzarne la pelle per farne un tamburo. Decide perciò di farlo morire, gettandolo in fondo al mare, ma il ciuco non muore, perché un branco infinito di pesci gli mangia “tutta quella buccia asinina che lo ricopriva dalla testa ai piedi” e libera in tal modo il burattino, che viene restituito alla sua natura primitiva.

Chi avrà mai architettato l’operazione, per salvare Pinocchio dalle conseguenze della sua decisione sciagurata di andarsene nel Paese dei Balocchi? E’ ancora la Fata. Pinocchio tiene a precisare al suo compratore che la Fata è la sua mamma, “la quale assomiglia a tutte quelle buone mamme che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d’occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balìa a se stessi”.

La Fata-mamma come misterioso angelo custode

Dunque i genitori non si vendicano per l’ingratitudine e l’infedeltà dei figli. E’ vero che ogni  tanto la madre cambia volto e si nasconde, ma non è mai assente: nei momenti importanti ricompare, come una signora che assiste nel Circo alle sfortunate prestazioni asinine del figlio, o come una capretta dalla lana turchina, quando incoraggia Pinocchio a fuggire nuotando vorticosamente per non essere inghiottito dal Pesce-cane.

Finito nel ventre dell’enorme pesce, Pinocchio incontra finalmente il padre, “un vecchietto tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata”. L’incontro è commovente. Dopo aver mugolato e balbettato per l’emozione, Pinocchio riesce a gridare: “O babbino mio, finalmente vi ho ritrovato. Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più…Sì, sono proprio io! E voi mi avete di già perdonato, non è vero?” E qui Pinocchio racconta tutta d’un fiato la sua storia, per trovare un filo nelle sue avventure e condividerlo con quel padre dal quale era sempre fuggito, ma che progressivamente si era fatto più presente nella sua coscienza.

Ora Pinocchio ha capito, ha accettato la sua condizione di figlio e si fa carico della dignità e della fragilità del padre, prendendoselo sulle spalle per condurlo fuori dalla bocca del Pesce-cane: “Ad ogni modo, se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran soddisfazione di morire abbracciati insieme”. Iniziata la grande nuotata, col fardello paterno sulle spalle, Pinocchio non ce la fa più e dice: “Babbo mio aiutatemi…perché io muoio”. Per buona sorte arriva l’amico Tonno a offrire loro aiuto: attaccati alla sua coda, padre e figlio giungono a riva.

Pinocchio salva Geppetto e ascolta pentito la lezione del Grillo

Qui trovano una capanna abitata nientemeno che dal Grillo-parlante, che evidentemente non era morto, nonostante la martellata ricevuta da Pinocchio. E gli spiega: “Ho voluto rammentarti il brutto sgarbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno”.

Si potrebbe dire, manzonianamente, che qui Collodi ha voluto  riassumere “il succo di tutta la storia”, o almeno una delle tante “morali della favola” che si possono ricavare nella sua formidabile invenzione.

La fase finale di tutta la storia è preparata proprio dal riconoscimento, da parte di Pinocchio, delle ragioni sussurrate da quella vocina che prima non poteva sopportare. “Hai ragione, Grillino, hai ragione da vendere e io terrò a mente la lezione che mi hai dato”.  Questa volta il proposito viene subito messo in pratica: “Dimmi, Grillino, dove potrei trovare un bicchiere di latte per il mio povero babbo?”. Avuta un’indicazione utile, Pinocchio va dall’ortolano Giangio, che in cambio di un bicchiere di latte gli chiede di “girare il bindolo”, per tirar su l’acqua dalla cisterna: e precisamente cento secchie d’acqua per un bicchiere di latte.

Un proposito finalmente attuato lavorando per nutrire il padre

Qui la sbrigliata fantasia di Collodi e del suo burattino si cala in una disarmante normalità quotidiana: “E da quel giorno in poi continuò più di cinque mesi a levarsi ogni mattina, prima dell’alba, per andare a girare il bindolo e guadagnare così quel bicchiere di latte che faceva tanto bene alla salute del suo babbo”. Poi imparò a intrecciare canestri e panieri di giunco, fece una carrozzella per condurre a spasso il suo babbo e la sera si esercitava a leggere e a scrivere. Messi da parte quaranta soldi, se ne andò a comprarsi un vestito, ma lungo la strada ricomparve la Lumaca, che gli comunicò che la Fata era diventata povera e s’era ammalata.

Un dono alla madre ricambiato generosamente

Pinocchio, profondamente addolorato, consegnò  alla Lumaca i suoi quaranta soldi, per farli avere alla sua Fatina: “Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in là lavorerò cinque ore di più per mantenere anche la mia buona mamma”. Quella sera Pinocchio lavorò fino a mezzanotte, poi andò a dormire. Allora “gli parve di vedere in sogno la Fata tutta bella e sorridente”, che gli diede un bacio e lo perdonò di tutte le sue monellerie, “perché i ragazzi che assistono amorevolmente i genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza”.

Al risveglio, Pinocchio “si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato invece un ragazzo come tutti gli altri”. Trovò intorno a sé una bella cameretta e un bel vestito nuovo. Dentro le tasche c’era un portamonete d’avorio sul quale erano scritte queste parole: “La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia per il suo buon cuore”. I quaranta soldi di rame erano diventati quaranta zecchino d’oro.

Pinocchio credeva di sognare. Nella casa tutta abbellita, Geppetto apparve diventato sano, arzillo e di buon umore e si rimise a lavorare il legno; e spiegò a Pinocchio che tutto quel cambiamento era merito suo: “Perché quando i ragazzi di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far pendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie”.

Questa frase finale riassume in altro modo il sugo di tutta la storia, sintetizzata prima dalla Fata-mamma poi dal babbo falegname, che hanno assistito al miracolo di un burattino scapestrato che è diventato un ragazzo assennato e laborioso.

Pinocchio e la lettura biblico-cristiana della storia

Riflettiamo su alcuni aspetti di questa fantastica metafora della vita, che presenza notevoli assonanze con la visione biblico-cristiana della storia umana. Il cardinale Giacomo Biffi ne fa un puntuale commento teologico, nel suo libro Contro Maestro Ciliegia (Oscar Mondadori).

C’è all’inizio un operaio che vuol fabbricare un burattino per farne una creatura viva, con la quale stabilire amicizia e alla quale chiedere affetto e aiuto. Lo chiama subito figlio, anche se il burattino uscito dal tronco non accetta questa relazione di dipendenza, vagando fra mille avventure, per affermare la sua libertà e la sua autosufficienza, senza mai perdere, però, anche un vago sentimento di nostalgia e di gratitudine per chi l’ha messo al mondo. Sono proprio la durezza della vita e la paradossalità delle vicende che incontra la causa dei suoi pentimenti e del suo desiderio di tornare alla casa del padre.

Pinocchio è una specie di figliol prodigo, che torna a casa quando è ridotto in miseria. Il suo ritorno però non avviene solo per interesse, ma per sincero pentimento per la vita errabonda e sconclusionata che ha fatto e per il dolore che ha procurato. Tanto è vero che sarà lui a farsi carico del padre, accettando la relativa sofferenza, mitigata dalla gioia di potergli essere utile, ricuperando così la dignità e l’affetto del figlio: una dignità che nessun Paese dei balocchi ha dimostrato di poter assicurare. La gioia che il ragazzo Pinocchio può dare a suo padre, la giacca d’oro e d’argento che desiderava comprargli non viene dalla coltivazione delle monete nel campo dei miracoli, né dall’alleanza mafiosa con le faine del campo, ma dal lavoro delle sue braccia.

Pinocchio e Dante

Se confrontiamo questa struttura con quella della Divina Commedia, possiamo notare che anche la vicenda di Pinocchio è piena di “selve oscure” e di smarrimenti della retta via. Al posto del saggio Virgilio, Pinocchio incontra un antipatico Grillo, che inizialmente rifiuta; ma poi compare la fatina, bambina e poi mamma, che svolge il ruolo di messaggera di una grazia speciale, come quella che giunge a Dante da Beatrice e dalla Madonna.

L’intervento più importante della Fata-mamma, che ha del miracoloso, è quello dell’invio dei pesci a liberare Pinocchio dalla scorza asinina. Il resto è opera di Pinocchio, che per la saggezza delle scelte che compie da burattino diventa ragazzo, così come prima da burattino era diventato asino, a causa della scelta di dare retta prima a Lucignolo, poi a quell’omino untuoso che aveva il compito di riempire il Paese dei balocchi di ragazzi privi di anima e ridotti, questa volta sì, a marionette prigioniere del loro continuo carnevale.

Ricambiare il bene ricevuto: riconoscenza, gratitudine e gratuità

La morale imparata da Pinocchio non vale solo all’interno della sua singolare famiglia, ma per tutti i rapporti umani, secondo la sentenza che abbiamo sentito pronunciare dal Grillo-parlante: “In questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno”. E’ una formula più profonda di quanto appaia a prima vista. Ricorda la cosiddetta “regola d’oro”, che nella formulazione di Luca (6,31) dice: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche a voi fate a loro”.

Non si tratta solo di dare per essere ricambiati. L’amore del prossimo non si giustifica solo per il vantaggio che può venirne a chi lo compie. Ma Gesù assicura che anche un sol bicchiere d’acqua dato a un piccolo è degno di ricompensa eterna. Geppetto, come Dio, non ama solo per essere riamato, tanto è vero che non abbandona il figlio, non lo odia, non si vendica del male ricevuto. Però riconoscere e ricambiare almeno con gratitudine il bene ricevuto è segno di nobiltà d’animo e di completa realizzazione della logica dell’amore, come diceva, con qualche ottimismo, lo stesso Dante: “Amor ch’a nullo amato amar perdona”.

Ancora in Luca (17, 11-19) troviamo l’episodio dei dieci lebbrosi, che chiedono a Gesù d’aver pietà di loro. Gesù li invita a presentarsi ai sacerdoti. Durante il viaggio sono tutti guariti. Uno solo di loro, un samaritano, tornò a ringraziare Gesù. Il quale osservò: “Quei dieci lebbrosi sono stati guariti tutti! Dove sono gli altri nove? Perché non sono tornati indietro a ringraziare Dio? Nessuno lo ha fatto, eccetto quest’uomo straniero”. Poi Gesù gli disse: “Alzati e va. La tua fede ti ha salvato”. In questo caso la gratitudine, la riconoscenza, la dimostrazione di affetto verso il benefattore viene  associata alla fede e alla salvezza.

Il coraggio dell’ingratitudine verso i mlavagi

Tutto questo allarga il discorso della riconoscenza e della gratitudine oltre l’orizzonte famigliare. Anzi, un certo modo di vivere la gratitudine  può essere colpa grave. Concludo citando l’episodio di una ragazza diciannovenne di giorni nostri, di nome Denise Cosco. Sua madre, Lea Garofalo, è stata torturata, uccisa e sciolta nell’acido per ordine del marito e padre della ragazza, Carlo Cosco, e di un gruppo mafioso di cui fanno parte gli zii e un ex fidanzato di Denise. Ebbene, lei ha avuto il coraggio di testimoniare contro il padre, di mettersi contro tutta la sua famiglia, facilitando la condanna, il 29 marzo 2012, a sei ergastoli, da parte della Corte d’Assise di Milano.

Preferisce vivere una vita di anonimato, sotto scorta, piuttosto che restare nel buio della complicità di una famiglia mafiosa. Un gruppo di ragazzi dei licei milanesi, aderenti a Libera, la maxi associazione presieduta da don Luigi Ciotti, ha fatto una campagna di volantini e striscioni per sostenerla. Durante il processo le hanno fatto avere, tramite l’avvocato, i loro bigliettini di solidarietà. Questa è vera gratitudine, nei riguardi di una ragazza che ha avuto il coraggio dell’eroismo, per non restare prigioniera di una famiglia malvagia. Non tutti i padri sono come Geppetto.

*Luciano Corradini (1935) è professore emerito nell’Università di Roma Tre. E’ stato docente nelle scuole secondarie di Reggio Emilia, poi ordinario di pedagogia generale nelle Università di Milano Statale e di Roma La Sapienza, presidente dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI, sottosegretario alla PI nel Governo Dini, presidente nazionale dell’ARDeP, associazione per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari) dell’UCIIM (docenti medi), Medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.

Un suo profilo si trova in S.CHISTOLINI (a cura di) Cittadinanza e convivenza civile nella scuola europea. Saggi in onore di L.C., Armando, Roma 2006, nonché nel sito www.lucianocorradini.it, dove quasi tutti i suoi libri sono leggibili e scaricabili.

Fra i suoi lavori più recenti:; Educare nella scuola nella prospettiva dell’UCIIM, Armando, Roma 2006; Elledici, Torino Leumann, 2008; A noi è andata bene. Famiglia, scuola, università, società in un diario trentennale, Città Aperta Troina, 2008. Ha curato Laicato cattolico educazione e scuola in Gesualdo Nosengo. La formazione, l’opera e il messaggio del fondatore dell’UCIIM, Elledici, Torino Leumann, 2008, e Cittadinanza e Costituzione, disciplinarità e trasversalità alla prova della sperimentazione nazionale, Una guida teorico-pratica per docenti, Tecnodid, Napoli 2009.

Per gli studenti ha scritto Nella nostra società. Cittadinanza e Costituzione, SEI Torino 2012 (con A.Porcarelli)

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