Valori e rischi relativi al Tricolore e alla Costituzione

Valori e rischi relativi al Tricolore e alla Costituzione

Valori e rischi relativi al Tricolore e alla Costituzione (in Avvenire 17 3 011)

Lo sventolio del Tricolore e del testo della Costituzione, che ha caratterizzato la manifestazione del 12 marzo in diverse piazze d’Italia, è stato salutato come un segno di maturità e di speranza per il nostro Paese, ma anche come un evento che contribuisce ad approfondire le sue divisioni culturali e politiche, con la “strumentalizzazione” di quei simboli. Tricolore e Costituzione simboleggiano i valori espressi, in estrema sintesi, dai due motti latini scolpiti sul Vittoriano, che è dedicato appunto all’unità della patria e alla libertà dei cittadini.

 

Non è certo scandaloso che, in nome di questi simboli universali, un certo numero di cittadini si mobiliti per difendere valori costituzionali che ritiene sacrificati più o meno gravemente e colpevolmente dal Governo e dalla Maggioranza. Questo rientra nelle regole del gioco, essendo la Costituzione da un lato un complesso di garanzie, dall’altro un impegno programmatico a realizzare sempre più e sempre meglio nella prassi i principi e i valori che tutti hanno il dovere di riconoscere e promuovere.

Il rischio è che, nel fervore della dialettica politica e nel complicato processo di comunicazione veicolato e talora distorto dai media, qualcuno ritenga che quei simboli siano stati “sequestrati” da una parte e non più utilizzabili dall’altra: ossia che si degradi e si riduca la loro autorevolezza simbolica super partes, come comune punto di riferimento.

 

E’ questo il rischio già denunciato dal dantesco Giustiniano, che nel VI canto del Paradiso contesta la pretesa dei guelfi e dei ghibellini di utilizzare a proprio esclusivo vantaggio il “il sacrosanto segno” dell’Aquila imperiale. Denuncia infatti “e chi ‘l s’appropria e chi a lui s’oppone”.

 

Il motivo per cui Giorgio La Pira all’Assemblea Costituente si convinse a ritirare il suo emendamento che diceva: «In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione», fu il timore di contribuire alla divisione dei cittadini fra credenti e non credenti. Successivamente un altro cattolico, Giuseppe Dossetti, ebbe a dire: “Se i dieci comandamenti fanno cilecca, state almeno alla Costituzione”.

Era un invito a non salire troppo in alto nella ricerca di principi fondativi, ma nello stesso tempo a non recedere dal livello di alta condivisione ottenuta in sede di redazione della Carta fondativa della Repubblica e dai modi da essa previsti per difenderla e per modificarla. E’ in questo senso che mi pare vadano intese le espressioni usate rispettivamente da Ciampi e da Napolitano per indicare il valore di questa conquista, che risulta la più storicamente condivisibile: il primo ha parlato di Costituzione come ”bibbia laica”,  il secondo di “patriottismo costituzionale”.

L’attenzione a proteggere “il sacrosanto segno” dagli equivoci di cui si alimenta gran parte della lotta politica vale in particolare per la scuola.

 

Non tutti sanno che una legge dello Stato (169/2008) richiede “la sensibilizzazione e la formazione del personale (della scuola) finalizzate all’acquisizione, nel primo e nel secondo ciclo d’istruzione, delle conoscenze e delle competenze relative a  “Cittadinanza e Costituzione”. Ricordo che questi due termini sono stati scelti dal ministro in carica Maria Stella Gelmini, fra sei denominazioni proposte dall’apposita commissione, che riguardavano la responsabilizzazione della scuola sui valori che vanno sotto il nome tradizionale di educazione civica.

 

E’ interessante che in Parlamento sia stata presentata e posta in discussione nei prossimi giorni nella Commissione Cultura, da un’ottantina di parlamentari esponenti di diversi partiti, una proposta di legge bipartisan (Frassinetti e altri), per prevedere, in relazione con l’insegnamento citato, “Disposizioni per l’insegnamento dell’inno nazionale nelle scuole del primo ciclo dell’istruzione”.  Si riferisce ai valori storici e ideali dell’inno di Mameli, che per l’appunto sono e devono restare patrimonio di tutti.

Luciano Corradini (professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre)

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