Cesare Scurati: riflessioni e ricordi di un amico

Cesare Scurati: riflessioni e ricordi di un amico

Cesare Scurati: riflessioni e ricordi di un amico

(Luciano Corradini)

Passato lo shock dell’annuncio della morte di Cesare Scurati e dell’intrecciarsi di telefonate e di e- mail di sgomento, fra chi lo aveva conosciuto più da vicino, provo a ricordare qualcosa di lui, come in una conversazione fra amici, accogliendo la proposta del direttore Salvo La Rosa, che ha conosciuto entrambi nelle riunioni della Conferenza dei presidenti degli IRRSAE, negli anni ’80 e nei primi anni ’90.

Ho incontrato la prima volta Cesare Scurati all’inizio degli anni ’60, al passo della Mendola, nel Centro di cultura dell’Università Cattolica di Milano, in occasione di un corso di preparazione ai concorsi a cattedre di filosofia, diretto dal prof. Aldo Agazzi. Cesare era un giovane assistente volontario di pedagogia: a lui Agazzi aveva affidato la presentazione di un paio di ponderose opere di cultura pedagogica. Si trattava di recensioni parlate, che furono condotte però con tale accuratezza critica da suscitare in me viva ammirazione non solo per lui e per il suo Maestro, ma in generale per la cultura pedagogica. Conservo ancora il quaderno di appunti presi in quella occasione, che per me ebbe il significato di una consolante rivelazione.

Nel corso di laurea in filosofia avevo seguito l’insegnamento annuale di pedagogia del prof. Mario Casotti, certo apprezzandone la forza speculativa, ma restando dell’opinione che la pedagogia fosse una sorta di filosofia “regionale”, se non addirittura “minore”, di non grande utilità pratica. In quel corso alpino cominciai invece a capire che c’è un modo di far pedagogia che consiste nel vedere l’intera cultura dal punto di vista dell’educazione e nell’occuparsi non solo di fondazioni di carattere epistemologico (che cos’è la pedagogia?), ma anche di elaborazioni organiche e puntuali, che riguardino le condizioni teoriche e pratiche del “fare” educazione e dell’organizzarne le condizioni di fattibilità. Ricordo poi che, dopo le ore d’aula, accompagnate da domande e risposte, ci trovammo un paio di volte con alcuni corsisti sotto gli alberi, a scambiarci qualche battuta e qualche confidenza, non solo sul “mestiere” del pedagogista, ma sulle nostre vite, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista familiare. E Cesare suonava la chitarra. Partecipava con ironia e con battute simpatiche alle conversazioni spontenee che nascevano a tavola o nei gruppetti che si formavano nei corridoi, prima di entrare in aula.

Per gli anni successivi, posso dire che le nostre sono state in certo senso vite parallele, sul piano della ricerca, della carriera accademica, dell’associazionismo professionale, della partecipazione a convegni e a commissioni ministeriali. Alcuni nomi mi vengono subito in mente, fra le molte sedi in cui ci siamo incontrati: i seminari di pedagogia della Cattolica, l’OPPI, organizzazione per la preparazione professionale degli insegnanti, l’IRRSAE Lombardia, l’ATEE, associazione per la formazione degli insegnanti in Europa, la CESE società europea di educazione comparativa, la Media Education, associazione italiana per la formazione ai media e alla comunicazione, Scholè, centro studi di pedagogisti cristiani. Penso anche ai numerosi convegni, seminari, gruppi di ricerca promossi da enti e associazioni, anche organizzati e diretti da lui, ai quali ho avuto l’opportunità di partecipare.

Non tutto è stato facile fra noi, perché le vicende accademiche non valorizzano solo la stima reciproca e lo spirito di collaborazione. Lui è stato fin dalla giovinezza “interno” all’Istituto di pedagogia della Cattolica. Io ero un “esterno”, docente liceale e impegnato come presidente dell’UCIIM di Reggio Emilia, soprattutto nei corsi di formazione dei docenti. In questa veste fui invitato da Aldo Agazzi e da Carlo Perucci a partecipare ai seminari di pedagogia della Cattolica. Quando però si trattò di concorrere per un incarico universitario, lui l’ottenne a Parma, dove io avevo tenuto un seminario come addetto alle esercitazioni. Era naturale, perché lui aveva più titoli e più informazioni di me. Fui invitato a trasferirmi a Brescia, poco dopo l’attivazione in quella sede della succursale del Magistero della Cattolica, questa volta come “laureato interno”, per collaborare con Perucci. Ebbi il primo incarico a Cosenza, non proprio sotto casa. Quando mi chiesero di far domanda alla Statale di Milano, l’aver meno titoli di Cesare paradossalmente mi avvantaggiò nei suoi confronti, perché lui, avendo completato il triennio d’incarico, previsto dalla normativa di allora, era stabilizzato e dunque non più “licenziabile”. Io invece potevo essere chiamato per così dire “in prova”. E così fu, con sua “sorpresa”.

Negli anni seguenti, per corrispondere alla richiesta di migliaia di studenti iscritti, la facoltà di Lettere della Statale deliberò di attivare due nuovi insegnamenti di Pedagogia. Io feci il possibile per presentare favorevolmente Cesare alla Facoltà e per aiutarlo, ma la cosa andò male e questo non facilitò la sua fiducia nella mia assoluta buona fede. Quando ci trovammo entrambi eletti nel direttivo dell’IRRSAE Lombardia, a scrutinio segreto io ebbi un paio di voti più di lui e fui eletto presidente. Diceva Mauro Laeng che su una bottiglia non ci stanno due tappi, e che tutta l’amicizia e la lealtà di questo mondo non riescono a risolvere problemi di questa natura. La soluzione arrivò con l’aumento delle bottiglie, perché al concorso a cattedre del 1980 risultammo entrambi vincitori. Lui fu chiamato a Genova e io a Milano. Al termine del mio secondo quinquennio di presidenza, fu eletto lui presidente dell’IRRSAE Lombardia. Sicché una bottiglia questa volta l’abbiamo simbolicamente stappata, perché lo scorrere del tempo aveva diradate le ombre dovute a fattori oggettivi, indipendenti dalle nostre volontà. In vari colloqui mi accorsi però che lui non riusciva a liberarsi del tutto di un sottofondo di ansia, che s’insinuava talvolta nella sua intensissima attività, quasi ch’egli dubitasse delle sue reali capacità e della solidità del terreno istituzionale e professionale su cui camminava.

Negli ultimi tempi, dopo la morte della sua amatissima Rita, si trovò smarrito, come se il suo lungo e profondo lavoro svolto scrivendo libri, saggi, articoli, dirigendo riviste e collane e coordinando convegni, tavole rotonde e iniziative di ricerca e di formazione dei docenti e dei dirigenti, fosse svanito nel nulla. In questo periodo comunicai con lui con messaggini e poi con qualche telefonata, per incoraggiarlo e rassicurarlo, assicurandogli la mia vicinanza nella preghiera. Quando si riprese da quello stato di prostrazione, gli ricordai l’affetto e la riconoscenza da cui era circondato da generazioni di studenti e di colleghi e gli suggerii di far mettere on line, su un sito personale, gran parte dei suoi innumerevoli scritti di storia della pedagogia, di didattica, di politica scolastica.

L’ultima telefonata fu in occasione del convegno organizzato dall’UCIIM e dall’AIMC a Roma nello scorso aprile, per riflettere, anche con la partecipazione degli ex ministri della PI, sui 150 anni della scuola italiana. Lui era stato invitato a presiedere la tavola rotonda, come pedagogista che aveva contribuito a caratterizzare la scuola italiana dell’ultimo cinquantennio. Desiderava partecipare, ma temeva “di non farcela” ad affrontare quel lungo viaggio, avendo programmato una visita medica, poche ore prima dell’inizio del convegno. Pensavamo che si trattasse di un’indisposizione passeggera. E che la sua ripresa gli consentisse di vivere una nuova stagione, ricca di lavoro e di soddisfazioni. Così non è stato. E per questo sono qui a ricordarlo, con sofferenza e nostalgia.

Disponeva di una “tastiera professionale” molto ampia e sapeva suonarla con competenza, sobrietà, al di là di ogni retorica, talora snobbando gli ottimismi di maniera, ma sempre indicando strade, percorsi di riflessione e di lavoro ricchi di osservazioni analitiche e di proposte sintetiche, ricondotte conclusivamente alle mai scontate classiche finalità dell’educazione, con riferimenti puntuali ai maestri della pedagogia antica e moderna.

Sapeva fare il solista e il direttore d’orchestra, agganciava l’uditorio non con voli pindarici, ma con linguaggio insieme dimesso e preciso, ricco d’indovinati neologismi e di riferimenti al lessico del quotidiano fare scuola. Il tutto con accento marcatamente lombardo, che mescolava con disinvoltura espressioni di tipo familiare con raffinati termini di carattere tecnico. Non c’è stata problematica emergente, novità pedagogica, corrente di pensiero, moda didattica in cui Cesare non si sia impegnato con rispetto e con spirito insieme critico e costruttivo. Per molti è stato una guida, un punto di riferimento imprescindibile nella complessità della cultura, dell’educazione e della scuola contemporanea.

Per quanto mi riguarda, dirò soltanto che i suoi libri e i suoi interventi mi sono serviti come stimolo a pensare l’educativo, l’educazionale, il didattico, il formativo, e a riflettere sulle novità alle quali lui è stato sempre particolarmente attento, anche per la sua dimestichezza con libri e colleghi del mondo anglosassone.

Abbiamo cercato entrambi di trovare soluzioni equilibrate ai problemi di natura teorica e pratica di cui ci siamo occupati nello scorso mezzo secolo, ricco di suggestioni, di svolte, di drammi e di tentazioni di rinunciare all’impresa sisifea di “cambiare la scuola”. In particolare cercavamo di tenere fra loro in tensione la dimensione educativa e la dimensione istruttiva del pensare pedagogico. Lui procedeva in modo più sistematico e prudente; io in modo più coinvolto nelle cose che facevo, e anche più schierato sul piano dei movimenti associativi e degli ideali educativi. Per questo l’ho sempre avvertito come complementare, anche se la comunicazione diretta fra noi non è stata abbondante come avrei desiderato, anche per gli impegni pressanti che hanno caratterizzato le nostre vicende professionali.

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