Vincere il disagio riprendersi il futuro La scuola fra cronaca

Vincere il disagio riprendersi il futuro La scuola fra cronaca

 

Vincere il disagio riprendersi il futuro. La scuola, fra storia e cronaca

In Scuola e formazione, nov./dic. 2012 Luciano Corradini*

Il salto dalla storia alla cronaca è piuttosto brusco. Per quanto riguarda la storia, mi riferisco alla data del 1962, evento importante per la scuola della Repubblica, perché allora nacque la nuova scuola media unitaria. In un recente convegno, la Cisl Scuola ha celebrato e studiato la nascita e lo sviluppo della legge 31.12.1962, n. 1859. Si tratta di una conquista storica, che ha attuato il dettato della Costituzione dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista culturale, nei risvolti psicologico, pedagogico e didattico. Si è trattato di una sorta di incunabolo di quel faticoso processo di sperimentazione, d’innovazione, di riforme mancate e rinviate, che ha caratterizzato il successivo cinquantennio, in tutto il “sistema educativo d’istruzione e di formazione”.

Una cronaca piena di disagio e di tensioni

La cronaca di oggi non ci parla invece di idee guida condivise, di convinzioni profonde, di autonomia scolastica finalmente raggiunta e utilizzata, ma di scuole talora cadenti, prive di risorse economiche, ma anche di carburante ideale e ideologico; di insegnanti ribelli e di studenti occupanti, in diversi modi e con diversi motivi. Qualche giornale parla di caos. Vecchi slogan, ripetuti negli ultimi anni contro tutto ciò che è privato e contro qualunque sacrificio si pensi di chiedere alla scuola, si intrecciano con discorsi più politicamente pesanti, dovuti  alla miseria che avanza in seguito alla recessione e al “furto di futuro” che le generazioni adulte hanno fatto nei confronti dei giovani.  C’è chi contesta la legittimità del pagamento del debito pubblico e dei relativi sacrifici imposti ora dal Governo Monti, come se fosse l’unico responsabile dei nostri guai, e chi contesta l’euro e i patti che il nostro Paese ha sottoscritto.

Si rischia d’essere schiacciati fra l’irrazionalità di chi ha esercitato e in qualche modo continua ad esercitare il potere in certi anfratti dello Stato e dell’Amministrazione, l’irrazionalità dei corruttori e degli evasori, che continuano a sottrarre le risorse che dovrebbero essere costituzionalmente assicurate ai cittadini, in termini di servizi, e l’irrazionalità di proteste che finiscono per manifestarsi con atti di sabotaggio e di guerriglia urbana.

Da un lato, in positivo, si simpatizza verso chi dà voce alla protesta, perché i guai che si sono prodotti sono veramente gravi e rischiano di aggravarsi ulteriormente; dall’altro si lotta per evitare la perdita anche di quel minimo di fiducia e di speranza, senza le quali non si può educare. Coloro che, legittimamente indignati per la carenza di risorse e per la modestia degli stipendi, fanno sciopero correggendo in classe i compiti dei ragazzi e rinunciando a quelle forme di vita scolastica e di vita relazionale che non si riducano alla semplice didattica “nuda”, rischiano di sciupare il potenziale creativo della loro indignazione, contribuendo a deprimere i giovani anziché aiutarli ad assumere un ruolo attivo nella crisi.

Mi permetto di affrontare questa difficile situazione con un ricordo denso di significato non solo poetico e musicale. Mi riferisco alla parabola umana e artistica di Giorgio Gaber, raffinato e malinconico cantore del vissuto della gente, in particolare della classe media. Questa parabola è passata attraverso la disillusione di chi aveva denunciato in anticipo la perdita di riferimenti alti della nostra società, ma non si è fermata a quel livello.

Gaber dalla “partecipazione” al “non so” alla “fiducia all’amore”

La celebre canzone posta all’inizio dell’album dal titolo Dialogo fra un impegnato e un non so, afferma che la libertà non è  uno spazio libero, ma è partecipazione. Era l’epoca in cui da poco sui muri della scuola di Barbiana si scriveva “I care”. Nell’ultima intervista concessa prima della morte,  Gaber ha detto che nel Paese ha vinto il ‘non so’.

Ai suoi funerali (2002), seguiti da una folla emozionata e plaudente, è stata cantata una sua canzone inedita, che suona così: “Non insegnate ai bambini, /non insegnate la vostra / morale / è così stanca e malata / potrebbe far male / forse una grave imprudenza / è lasciarli in balia di una falsa / coscienza…. Non insegnate ai bambini / non divulgate illusioni sociali / non gli riempite il futuro di vecchi ideali / l’unica cosa sicura è tenerli / lontani dalla nostra cultura”.

Nella scuola di Arzano era già diventata emblematica la frase di un bambino che ha dato il titolo ad un libro scritto dal suo maestro, Marcello D’Orta: “Io speriamo che me la cavo”. E’ il contrario del mettersi dentro, del prendere parte alla vita della società, o almeno di quella parte di essa che lotta per tenere il nasco fuori dell’acqua.

C’è qui il segno della sconfitta e della delusione, in cui sembra che non sia più possibile distinguere la salute dalla malattia, i valori dai disvalori. Sembra che nella conclusione della sua vita Gaber abbia cantato quasi profeticamente la conclusione di un’epoca, di un ciclo storico, deluso dalle ambiguità, dalla confusione circa gli obiettivi da raggiungere e dalla difficoltà di distinguere la destra dalla sinistra.

L’ultima strofa dell’ultimo canto prende però di nuovo il volo, verso nuove altezze, dove il linguaggio non è disponibile alla retorica e all’antiretorica, ma cerca una verità più personale: “Non insegnate ai bambini / ma coltivate voi stessi / il cuore e la mente / stategli sempre vicini / date fiducia all’amore, il resto / è niente. Giro giro tondo cambia il mondo.

Sembra una conclusione degna del leopardiano ironico e scettico venditore di almanacchi: ma intanto sono ricuperati in extremis i due nuclei centrali dell’educazione: la vicinanza fra adulti e bambini e la fiducia nell’amore. La diade etica costitutiva del sociale, colta nella forza originaria dell’amore, può consentirci di ricominciare da capo. Il resto è niente, dice Gaber: un po’ come San Filippo Neri, che diceva “ama e fa ciò che vuoi”.

Questo niente, se inteso alla luce della vicinanza e dell’amore, può diventare tutto. Un tutto pieno di dolore e di contraddizioni, ma alla fine un tutto a somma positiva. Nel cosiddetto Inno alla carità, San Paolo dice che chi ama “non cerca il proprio interesse, non cede alla collera, dimentica i torti, non gode dell’ingiustizia, si compiace della verità, tutto scusa, tutto sopporta, ha fiducia di tutti, non perde mai la speranza” (1 Cor, 13).

E’ un ideale altissimo e difficilissimo, ma forse è l’unico che ci consente di ricominciare a credere, a comunicare e a lavorare, anche dopo le più amare delusioni e a partecipare: magari come i ragazzi del Liceo Righi di Roma, che hanno utilizzato il tempo di occupazione per pulire e imbiancare la loro scuola.

*professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre

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