Ricordi di scuola

Ricordi di scuola

Ricordi di scuola e confessioni in un’intervista del 2005 (Laura Sanfilippo dell’IRRE-Sicilia)

 1) Professore Corradini, ripercorrendo le tappe della sua vita traspare come  lei abbia dedicato e dedichi la sua esistenza alla scuola. Alla luce della sua esperienza di uomo di scuola, quale messaggio vuole  lanciare agli operatori della scuola siciliana?

 La ringrazio per l’opportunità che mi offre, ma la solennità del linguaggio che ha utilizzato per darmi la parola (“lanciare un messaggio”) mi intimorisce alquanto. Penso al “messaggio alle Camere” previsto dall’art 87 della Costituzione, là dove parla delle prerogative del Capo dello Stato. Ciampi ne ha lanciato uno solo, nel corso del suo settennato, sulla libertà di informazione; e non pare che sia stato molto preso in considerazione. Anche Giovanni Paolo II ha lanciato un messaggio al nostro Parlamento, in occasione della sua storica visita dello scorso anno. Quando propose un gesto di clemenza per i carcerati, i deputati di tutti gli schieramenti si spellarono le mani in lunghi applausi. Ma poi non se n’è fatto niente. Penso anche agli appelli per la pace, che non sono stati ascoltati otre Atlantico. Se questo accade ai messaggi delle somme autorità civile e religiosa, che si rivolgono ai sommi legislatori, che speranza posso avere io di ottenere ascolto presso i colleghi? 

 Se non si prende in considerazione l’autorità di chi lancia il messaggio, ma la rilevanza del tema che si affronta e la bontà delle argomentazioni che si propongono, allora più che di messaggio è bene parlare di comunicazione, nei due sensi: io comunico a te e tu a me. Ti racconto che cosa ho fatto, che cosa ne penso, che cosa mi sembra importante pensare, dire e fare, e tu mi ascolti, mi dai ragione o torto, mi dici a tua volta che cosa hai fatto e che cosa pensi sia giusto fare. Anche San Tommaso riteneva che l’argomento ex auctoritate fosse “debilissimum argumentum”.

 2) “Non pensavo di fare questo mestiere. Quando avevo quattro anni, mia madre, che era maestra, mi chiamò a scuola, perché in casa non riuscivano a tenermi”. Ci racconti com’era da piccolo.

 Ero molto vivace. La mia “casa” era un platano dai rami bassi, che mi consentiva di arrampicarmi e di guardare di là mia madre, mentre faceva le faccende domestiche in cucina. Il nostro appartamento era collocato sopra una scuola rurale, di proprietà del Comune di Reggio Emilia. Un giorno, mentre mia madre era a scuola, feci la pipi nella bottiglia dell’acqua e mangiai un pezzo di “estratto olandese”, un intruglio nero che sostituiva il caffé, dato che negli anni ‘30 c’era un’economia di guerra, frutto delle sanzioni decretate dall’Inghilterra contro Mussolini. La “tata” che doveva tenermi al guinzaglio raccontò tutto a mia madre, che, presa da disperazione, mi portò con sé in classe, a soli quattro anni.

 Di fatto, non c’era un “asilo” da quelle parti, sicché io dovetti arrangiarmi nella scuola elementare, col privilegio di poter andare un po’ in giro per i banchi, dato che ero più piccolo, e per di più figlio della maestra; ma anche col rischio di prendere qualche scappellotto, senza protezione sindacale o politica, dato che in aula si potevano risolvere seduta stante i contenziosi tra scuola e famiglia: e poi mia madre era stata proclamata dal Regime “maestra massaia rurale, col grado di capitano”.

Non vissi la cosa come punizione, ma quasi come una promozione per meriti speciali, perché a me quei lunghi corridoi rossi, quell’odore di gesso e di inchiostro, i canti patriottici e soprattutto quei molti bambini vestiti col grembiule e nei giorni importanti addirittura con la divisa dei Figli della Lupa, mi piacevano molto. Imparai a scrivere e a leggere: a sei anni sarei andato in quarta classe, se le sorti della guerra e il trasferimento di mia madre non avessero consigliato i miei di farmi ripetere per ben tre volte la terza, prima da “sfollato”, poi da ragazzino che doveva farsi delle buone basi, con un maestro di città, per prepararsi al grande balzo dell’esame di ammissione dalla quinta alla prima media.

 Mio padre era afflitto da una lunga malattia, sicché il medico, che veniva in visita con la sua Balilla, in casa nostra era un personaggio carismatico. Era lui il mio modello di adulto importante. Per questo pensavo che avrei fatto il medico. Mia madre, “mater et magistra”, appassionata di Pinocchio e di Cuore, mi diede il senso del dovere e il sentimento della solidarietà e della Patria: termine, questo, un po’ misterioso e magico, che io nei primi tempi confondevo con la patina per le scarpe, ma che poi identificai con la pace, frutto della lotta fatta dai partigiani e dai liberatori anglo americani contro il Duce, che aveva voluto la guerra e che era diventato “cattivo”.

3)“La mia testa ha cominciato ad aprirsi soprattutto al liceo”: questa sua affermazione ci fa riflettere non solo sull’importanza  e la delicatezza dell’adolescenza, ma anche sul fondamentale ruolo  dei docenti. I giovani rappresentano il  nostro futuro, quale idea ha di loro? Quale, secondo lei, il ruolo dei docenti?

 In terza media ho cominciato a provar gusto ad intervenire in classe, con una insegnante di lettere che incoraggiava il dialogo, e ad aver fiducia nelle mie capacità di capire i problemi di geometria, che prima mi avevano fatto soffrire. Mi fu assai utile in proposito l’aiuto di un mio cugino perito elettrotecnico.

 Nel ginnasio alternavo momenti di entusiasmo a momenti di depressione, di fatica e di noia, intimorito da docenti inflessibili, che ci torchiavano, in vista del terribile triennio liceale. Il quale fu invece assai interessante, perché ci mise in contatto con autori e con problemi entusiasmanti.

Platone e Dante mi fornirono le coordinate fondamentali per pensare il significato della vita, del dolore, della liberazione. I campi scuola sulle Dolomiti della Giac, gioventù di Azione cattolica, mi consentirono di pensare ad una sorta di “curricolo parallelo”, che dialettizzava la cultura marxista del mio professore di lettere con la cultura cattolica del mio docente di religione. L’innamoramento a 16 anni rese per me quegli anni meravigliosi e terribili. Ci si parlava in gran segreto, scrivendo su un quaderno intitolato “Appunti di storia contemporanea”. La classe mista era un  vivaio di relazioni umane, tutte vissute con pudore e con reciproco rispetto. Il liceo classico era un luogo alto di significati, che diventava incandescente durante i campionati studenteschi, nei confronti con i robusti “spartani” dell’ITIS, e divertente nelle “recite” di fine d’anno, in cui finalmente si poteva sfottere qualche insegnante.

 E’ in riferimento a questa ricchezza umana e al senso etico della vita che l’ideale del medico ha lasciato il posto, durante la lunga fatica degli esami di maturità, all’ideale del professore. Anche perché vinsi il posto gratuito nel collegio Augustinianum, e in Università Cattolica allora non c’era medicina. Facendo il professore, avrei potuto incontrare dei giovani, dialogare con loro in termini sia culturali sia umani. Li avrei aiutati a salire “il dilettoso monte che è principio e cagiòn di tutta gioia”, superando le difficoltà della “selva oscura”. E avrei potuto dedicare tempo anche ai miei figli, con una professione meno assorbente di quella del medico.

4) Insegnare perché? Orientamenti, motivazioni, valori di una professione difficile”. E’ il titolo del suo libro pubblicato nel 2004 per i tipi dell’editore Armando di Roma. Professore Corradini le chiedo: “Insegnare perchè?”

 Se devo rispondere in modo sincero, non viziato da pensieri complicati, ripropongo pari pari la frase di San Tommaso, che trovai frequentando con Sofia Vanni Rovighi un corso di filosofia medievale, e che scrissi in un quaderno giallo, passato poi a una mia compagna di corso, quella che sarebbe diventata la nonna dei nostri dieci nipoti. La frase dice: “Sicut maius est illuminare quam lucère solum ita maius est contemplata aliis tràdere, quam solum contemplàri”. Traduco per i non latinisti: “Come è più bello e più importante illuminare che risplendere soltanto, così è più bello e importante trasmettere agli altri il frutto della propria conoscenza che contemplare soltanto”.  Sarà forse perché ricordo ancora la luce che si accese negli occhi di quella ragazzina quando lesse la frase galeotta, che ritengo ancora motivante il “contemplata tradere”. Tanto più che abbiamo insegnato quasi mezzo secolo e continuiamo a farlo in vario modo entrambi. Ci sembra che questa motivazione antropologica “funzioni”.

Naturalmente abbiamo anche scoperto qualcosa di più ricco e complesso, ma anche più drammatico nell’insegnare oggi. Insegnare serve anche ad evitare che si cada nella barbarie, in un mondo sempre più interconnesso e sofisticato, perché il futuro si regge sulla conoscenza e sulla saggezza. La semplice trasmissione del sapere con i mass media non basta a produrre persone, cittadini e lavoratori capaci di futuro. Insegnare vuol dire non solo andare a scuola, ma andarci per aiutarsi a vivere e a sperare: sperare non solo con la consolazione dell’amicizia, della filosofia e della poesia, ma anche impegnandosi nello studio “duro” della scienza e della tecnica. Diceva un altro maestro del Medioevo, San Bernardo: “In dulcedine societatis quaerere veritatem”. Cercare la verità, con la gioia di farlo insieme. E’ però naturale che, quando la cosa non funziona, perché fa parte della libertà anche la possibilità del rifiuto, “corruptio optimi, pessuma”. Una scuola che fallisce è una tragedia.

 5) “Essere scuola, non esserci solo dentro”. Cosa le ricorda questo slogan?

 Mi ricorda uno dei periodi più belli della mia vita: la Conferenza nazionale studenti Progetto Giovani 93. Erano in quattrocento, in rappresentanza di tutte le province italiane. Erano stati preparati a documentare e a riprogettare il PG 93. Gli slogan con cui avevamo lanciato il progetto fin dal luglio del 1989 erano: “Star bene con se stessi, in un mondo che stia meglio; star bene con gli altri, nella propria cultura in dialogo con le altre culture; star bene nelle istituzioni, in un’Europa che conduca verso il mondo”. Se vuoi star bene, si diceva in sostanza, devi darti da fare perché il mondo stia meglio, perché ciascuno approfondisca la sua cultura dialogando con gli altri e perché le istituzioni siano non solo abitate e sfruttate, ma anche cambiate con impegno politico, dilatandone gli orizzonti e migliorandone l’efficacia/efficienza, a cominciare dall’accoglienza.

 La frase fulminante che Lei ha citato, e che non so ancora chi l’abbia inventata, me la sono trovata cantata a ritmo di rap nel febbraio del 93, nella famosa Conferenza alla “Domus Pacis”, al tempo della Jervolino ministro. Riflettendo su questa conquista verbale, affettiva, concettuale, ho scritto un libro intitolato: “Essere scuola, nel cantiere dell’educazione” (SEAM, Roma 1996).

 6) In un’intervista televisiva da lei rilasciata nel 1998 agli studenti, nell’ambito della trasmissione “Il Grillo”  ci si poneva la domanda: “La scuola prepara al lavoro?”. E’un  tema sempre di grande attualità, basti pensare agli obiettivi di Lisbona e alla necessità di acquisizione da parte dei cittadini europei di competenze spendibili nel mercato   del lavoro, che è sempre più globalizzato e competitivo.

 Il tema del lavoro è di straordinaria difficoltà, perché il quadro dell’economia varia assai rapidamente, per molte ragioni, e perché una vera conoscenza dell’evoluzione del mercato del lavoro non è disponibile neanche nelle sedi più attrezzate allo scopo. Bisogna dedicare più impegno, più materia grigia e più risorse economiche a questo tema, dal quale dipende la salute fisica, mentale e la possibilità di avere una vita accettabile per i “cittadini” del nuovo millennio.

 Per quanto riguarda il “sistema educativo di istruzione e formazione”, non è riuscito a decollare un canale della formazione professionale che abbia, rispetto all’istruzione liceale, pari valore formativo e pari dignità sociale. Il lavoro scarseggia e la scuola prepara poco a cercarlo e ad affrontarlo con probabilità di successo.

E’ vero che si è avanzata l’ipotesi di affidare alle istituzioni scolastiche autonome, nel contesto istituzionale regionale, di istituire i cosiddetti campus, nei quali possano trovare posto percorsi di formazione liceale accanto a percorsi di tipo professionale, anche per rendere possibili i passaggi che, secondo la legge 53/2003, dovrebbero essere assicurati e sostenuti. Il tema è però di difficile impostazione e gestione, e la nuova fase di programmazione della riforma, fra stato, regioni, enti locali e scuole autonome, dev’essere ancora approfondita.

7) Professore Corradini lei ha avuto la fortuna di conoscere personalmente  e  di incontrare   diverse  volte Giovanni Paolo II. Ci regali il ricordo che ha di questo Papa. E ci dica quale messaggio pensa sia giunto a chi professa altra fede.

 L’ultima volta che l’ho incontrato, l’estate del 2004, il Papa è giunto nella sala dell’udienza in Vaticano, al canto del “Tu es Petrus”: ha cominciato a leggere, ma per difficoltà respiratorie ha dovuto interrompere più volte il suo discorso, affidandone la lettura a un giovane prete. L’uomo che in tutti i tempi ha parlato al più alto numero di persone di tutte le etnie, in più luoghi, in più lingue, con più mezzi tecnici e con voce vibrante, con maggiore entusiasmo del suo pubblico, si limitava a sospirare e a mugolare, dal trono di Pietro.

 Eppure, nel momento in cui il suo cuore si è fermato, l’intera società umana ha riconosciuto insieme la grandezza umana e la santità del vecchio Karol. Gli aggettivi Magno e Santo si sono riuniti ancora una volta ancora in un papa, dopo Leone e Gregorio, nella storia della Chiesa e dell’umanità. Nessuna confusione fra i due ambiti, ma un riconoscimento che non si dà insanabile contrasto fra le due appartenenze, e fra la storia dell’umanità e  quella della salvezza,.

 In effetti questo uomo che veniva da lontano è riuscito in modo esemplare a vivere la fedeltà al cielo e alla terra, alla Sua Chiesa e all’intera famiglia umana; a difendere l’ortodossia e ad aprirsi al dialogo, fino a chiedere più volte perdono per il male commesso dagli uomini della Chiesa.

 Il dito e la voce alzati dal Papa in più circostanze, contro la mafia e contro la guerra, non hanno ottenuto ascolto, nel breve periodo. Eppure noi avvertiamo che la fede e la ragione non sono state veramente sconfitte, e che Dio sta dalla parte della vita e della pace.

 Sui suoi mali il Papa ha talora sobriamente ironizzato, non si è mai lamentato, non ha parlato di sé, ma dei problemi degli altri e di Dio, che è misteriosamente misericordioso, nonostante i terremoti e i maremoti che funestano la nostra vita, e nonostante il Suo silenzio di fronte alle sofferenze del Figlio Suo e degli altri suoi figli, a partire dai suoi rappresentanti in terra, da Pietro a Karol.

 “Morire per gli altri, a favore degli altri, è vivere due volte”, ha scritto Gaspare Barbiellini Amidei sul Corriere della Sera. “Un uomo inabile ha trasmesso  attraverso i mezzi di comunicazione un messaggio: la vita non ha momenti privi di senso, se è tesa a dare senso alla vita degli altri”.

 Credo che l’enciclica più importante e più compresa della sua vita sia stata la sua lunga agonia, accettata con amore vittorioso, oltre le logiche dell’eutanasia e quelle dell’accanimento terapeutico. Vista sul suo volto, la morte e la sofferenza fanno a tutti meno paura, e la vita si riempie di senso.

 Il ricupero che i mass media hanno fatto della storia di papa Karol, ci ha fatto comprendere che la vita dell’educazione non si gioca tutta nei tempi brevi dell’immediatezza, ma si estende anche oltre la vita terrena. Chi ha insegnato “a molti la giustizia, ha scritto il profeta Daniele, brillerà come stella nel firmamento” E’ una lezione esemplare, non solo per i docenti cattolici, che s’ispirano a Gesù maestro, le cui “dispense” scritte dai suoi “allievi” da duemila anni tengono vittoriosamente il mercato, ma per tutti i docenti che credono nella ricerca della verità, anche se si deve per questo passare attraverso molte sconfitte..

 8) Per finire, vorremmo porLe una domanda un po’ particolare: qual è stato, nella Sua carriera, l’esperienza con i ragazzi che Le ha dato di più?

 Ricordo con precisione l’esperienza che mi ha dato di meno, o meglio che mi ha messo più in crisi, perché anche dalle esperienze conflittuali e dagli insuccessi si impara. Ero supplente in un liceo scientifico di Reggio Emilia, mia città natale. Non riuscivo a trovare sintonia fra i miei registri di comunicazione e quelli degli studenti, in una quarta e in una quinta. Io facevo sul serio e loro ridevano, io mi preparavo e loro no. Erano intelligenti, ma non avevano voglia di manifestarlo. Uno voleva sei, “perché pagava le tasse”. Avevano una decina d’anni meno di me e  ritenevano loro diritto mettermi in difficoltà. Alla fine dell’anno quelli di quinta mi invitarono alla cena di addio. Rifiutai, perché non si era sciolto l’equivoco, e a me non piaceva recitare. Pensai che, se tutte le classi fossero state come quella, avrei forse cambiato mestiere. O forse no, ma la cosa fa problema.

 Una piccola spiegazione l’ho avuta quando ho visto il libro di storia di uno di loro: in ogni pagina c’erano periodi cancellati. Erano le indicazioni di lettura del professore titolare che, per ingraziarseli, faceva loro lo sconto di una buona percentuale delle righe da leggere. A me diceva che si sentiva un domatore di leoni. Io, ingenuo, ricordando il mio liceo, avevo la pretesa di non fare sconti e di far leggere anche qualcosa di più del libro di testo.

Con quelli di quarta andò meglio: dopo un mese di tensioni insopportabili, li invitai a casa mia a gruppetti. Concordai un modo di lavoro, che li vedeva impegnati a far lezione a turno. La ridarella passò e alla fine dell’anno avevamo finito abbondantemente il programma, con voti buoni e con allegria condivisa.

 Per indicare invece le esperienze positive, avrei bisogno di molto tempo. Ne ricordo tre. La prima riguarda le classi  dell’ITIS, anni 1962-64: da loro mi sentii stimato, accolto, sollecitato a dare il meglio di me. Quando, trent’anni dopo, feci il gesto provocatorio del volontariato fiscale, da cui è nata un’associazione per la riduzione del debito pubblico (ARDeP: ne parlo in La tunica e il mantello, Euroma Roma 2003) mi invitarono a cena, per verificare gli sviluppi un po’ strani di una lezione di educazione civica cominciata trent’anni prima. Vennero a cena con le loro mogli. Uno mi portò un quaderno, con i miei giudizi sui temi di allora, dicendo che questi l’avevano aiutato a leggersi dentro. Un altro ha detto che, spiegando i poeti, l’avevo aiutato a comunicare con la sua futura moglie e con i suoi futuri figli.

La seconda esperienza riguarda i ragazzi di un’associazione cittadina, l’USM, che ho aiutato a nascere e a crescere, negli anni ‘60. Mi hanno invitato quarant’anni dopo, il 30 maggio 2005, ad un incontro pomeridiano, in una sala parrocchiale con cena annessa. Erano una sessantina, autoconvocati dal tam tam telefonico. C’erano fra l’altro quattro primari medici. Alcuni hanno fatto centinaia di chilometri per esserci. Hanno attribuito all’esperienza associativa un grande valore per la loro vita e per il loro compito di genitori.

 La terza esperienza riguarda i ragazzi del Progetto Giovani, che ho sostenuto quand’ero al Ministero, negli anni ’90, in diversi incontri e convegni. Con alcuni di loro sono restato in contatto. Ho a casa una coppa con un’etichetta  che mi definisce il miglior amico degli studenti, e un fermacravatta con su scritto “Progetto Giovani”. Mi hanno fatto piacere, forse più della medaglia d’oro che ho ricevuto da Berlinguer con la firma di Ciampi. Se l’educazione non funzionasse, mille libri e mille riconoscimenti sarebbero carta da macero e chiacchiere al vento.

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